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Eugenio Barba e Odin Teatret portano “Le nuvole di Amleto” alla Biennale Teatro 2025: un’opera intensa sul legame tra padri e figli, tra memoria e futuro. Dopo aver rifondato l’Odin Teatret, Barba presenta un nuovo spettacolo ispirato alla perdita del figlio di Shakespeare, intrecciando biografia, filosofia e archetipi teatrali.
Non so bene come affrontare lucidamente Le nuvole di Amleto dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, perché riconosco quest’ultimo innanzitutto come un grande maestro, di teatro, di studi, di vita.
Erano gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, quando Barba fonda nel 1964 a Oslo l’Odin Teatret. Ma erano anche gli anni di Herbert Marcuse (L’uomo a una dimensione), di Ronald Laing e David Cooper e della loro antipsichiatria (ricordiamo nel 1976, una decina di anni dopo quindi, il Libro delle danze di Barba presso l’ospedale psichiatrico di Volterra). Sono gli stessi anni in cui in Italia nasce il “teatro di cantina”, dal quale poi emergeranno figure del calibro di Carmelo Bene, Leo De Bernardinis, Perla Peragallo. Per anni Barba porta avanti una scena priva di fronzoli, ricreando ogni volta uno spazio libero, quello della fattoria dove la compagnia provava. Aveva una lucida passione per lo studio dell’arte dell’attore, culminata ne La canoa di carta. Trattato di antropologia teatrale (1992), dove sempre rivendica il lavoro dell’attore non come pura fisicità, ma come unione di corpo e mente. Fu tra i primi a riprendere le tecniche, in particolare vocali, del Kathakali indiano, da cui nel 1980 la costituzione dell’International School of Theatre Anthropology con l’attrice danzatrice indiana Sanjukta Panigrahi. Da questa esperienza nascerà uno spettacolo d’eccezione dal titolo Theatrum Mundi. Una voce potente quella di Barba, insomma, capace di riaffermare il valore del dialogo e della condivisione interculturale e multietnica in un periodo, quello odierno, di chiusura verso gli altri.

Una riaffermazione mai meccanica, prevedibile, però. Quando il Nordisk Teaterlaboratorium Odin Teatret diviene troppo istituzionale trova così il coraggio di ripartire e di rifondarlo. Le nuvole di Amleto, che vedremo a Forte Marghera in questa edizione 2025 della Biennale Teatro, è uno dei primi spettacoli espressione di questa rinascita.
Lo sfondo è la morte del figlio di Shakespeare, a soli 11 anni, nel 1596. Cinque anni dopo viene scritto l’Amleto, dove il principe danese riprende il nome dello stesso figlio (Hamnet) del grande drammaturgo. Il tema centrale è una riflessione su quanto abbiamo ricevuto dai nostri padri e di quanto di tutto ciò saremo capaci di trasmettere ai nostri figli. Vi è anche un eloquente sottotitolo: Dedicato a Hamnet e ai giovani senza futuro. Un Amleto insolito, dove è Ofelia a pronunciare il fatidico To be or not to be, e dove, forse richiamando Aristofane e la sua sfiducia verso i sofisti, sono inserite riflessioni filosofiche come questa: «Vedete laggiù quella nuvola? Sembra un cammello. Sacripante! È un cammello davvero! O forse somiglia a una donnola. Infatti ha la forma di una donnola. Non pare una balena? Tale e quale una balena! È l’ora notturna dei malefici quando i cimiteri sbadigliano e l’inferno soffia il suo contagio sul mondo».
Da sottolineare, e soprattutto apprezzare, anche il fondamentale contributo luci e video di Stefano Di Buduo (suo il documentario Zona Limite sulla Festuge, irripetibile progetto teatrale di Barba realizzato nella cittadina danese di Holstebro).
Da Grotowski, suo maestro: «L’attore è lo pseudonimo per dire essere umano, nulla di più». Dall’Amleto di Barba, scena X, parla lo zio Claudio, a cui è stata affidata una battuta dal Macbeth: «La vita non è che un’ombra ambulante, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente».