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Costruire La Biennale, tra storia, reti e processi invisibili
di Michele Cerruti But
Constructing La Biennale

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Michele Bonino e Camilla Forina (DAD – PoliTo) presentano il progetto sviluppato sulla facciata del Padiglione Centrale ai Giardini, un’indagine visiva che unisce dati, design e ricerca etnografica.

Proprio per sondare il ruolo stesso del curatore, il nostro concept di base è stato quello di dotarci di ogni strumento a nostra disposizione per scavare davvero nella galassia di persone che contribuiscono alla realizzazione di una Biennale.

In che termini il vostro progetto partecipa all’idea generale lanciata da Carlo Ratti di Intelligens?
Il nostro progetto è il racconto di come è nata questa Biennale, del dietro le quinte che l’ha accompagnata e del processo che ha portato alla selezione degli oltre 750 partecipanti, un lavoro corale che ha coinvolto numerose persone. Oltre al team curatoriale di Carlo Ratti Associati, hanno partecipato designer e grafici esterni, costruttori e, non da ultimo, il team stesso della Biennale. Credo quindi che questo racconto rappresenti in modo diretto l’idea di intelligenza collettiva che Ratti ha voluto applicare alla sua Biennale. Dai diagrammi esposti in Constructing la Biennale emerge chiaramente come la complessità sia alla base di questa edizione. Se nelle scorse Biennali era la figura del curatore ad attirare gran parte dell’attenzione e dell’enfasi, questa volta si dichiara esplicitamente la presenza di una macchina composta da oltre duemila persone, tra chi partecipa, chi cura, chi costruisce e chi promuove. E questa intelligenza collettiva viene rappresentata il più fedelmente possibile dalla nostra installazione. C’è poi anche una componente retrospettiva, dedicata alle edizioni passate della Biennale. Nel grande diagramma realizzato da László Barabási e dal suo laboratorio, si distinguono nuclei che rappresentano le singole edizioni; questi nuclei sono connessi da una fitta rete di legami, sia perché molti partecipanti ritornano in edizioni successive, sia perché chi ha preso parte a una Biennale può diventare curatore in un’altra, e così via. Ne emerge quasi un unico grande gruppo, composto da alcune migliaia di persone, che rappresenta in qualche modo l’intelligenza collettiva dell’architettura degli ultimi cinquant’anni.

Siete stati chiamati a personalizzare la facciata del Padiglione Centrale ai Giardini attualmente chiuso e in restauro (riaprirà nel 2026) indagando la complessità che sta dietro alla ‘costruzione’ di una Biennale. Qual è l’idea alla base di questo progetto interdisciplinare? E quali i risultati di questa analisi complessa di dati che interseca attori, opere e temi che si sono coagulati, stratificati, o dissipati nel tempo?
La richiesta che ci è stata rivolta è, come dicevo, quella di raccontare il dietro le quinte, il come si costruisce concretamente una Biennale dal punto di vista curatoriale. Il nostro obiettivo era innanzitutto di rappresentare questo processo attraverso una molteplicità di punti di vista, proprio per scalfire l’immagine un po’, per così dire, sacrale e isolata del curatore – non necessariamente riferita a quello della Biennale Architettura – che tiene insieme tutte le competenze, sale “sul palco” e infine pare aver fatto tutto da solo. Proprio per sondare il ruolo stesso del curatore, il nostro concept di base è stato quello di dotarci di ogni strumento a nostra disposizione per scavare davvero nella galassia di persone che contribuiscono alla realizzazione di una Biennale. Il primo passo è stato dunque la definizione di un gruppo di lavoro – ovvero il team del Politecnico di Torino, che coordiniamo – incaricato di curare la parte architettonico-allestitiva del progetto e il coordinamento con gli altri tre contributi principali del progetto stesso: quello della Network Science, con il Barabási Lab della Northeastern University guidato da László Barabási; quello dell’Information Design di Paolo Ciuccarelli, anch’egli della Northeastern University; e infine quello di Albena Yaneva, etnografa dell’architettura del DAD del Politecnico di Torino. Abbiamo cercato di intercettare un processo già in corso – siamo infatti partiti a ottobre, quando la curatela e la costruzione della Biennale erano già avviate – e di analizzarlo da diverse prospettive, sia quantitative che qualitative.

Abbiamo seguito da vicino il lavoro dei curatori, dei membri della Biennale e anche degli operai impegnati nella costruzione di questa complessa e vasta esposizione, utilizzando la pratica di ricerca etnografica dello shadowing – l’osservazione continuativa e diretta degli operatori. Uno degli esiti del lavoro sarà un documentario che racconterà come è nata questa edizione della Biennale. Per quanto riguarda più nello specifico l’analisi da noi svolta sulla 19. Biennale, essa si è focalizzata in maniera particolare sullo Space for Ideas, il meccanismo ideato da Carlo Ratti per selezionare i partecipanti. Abbiamo cercato di osservare e restituire questo processo da ogni angolazione possibile, cercando di restituire al meglio la varietà e la complessità del lavoro di tutti gli attori coinvolti in una macchina organizzativa che coinvolge oltre duemila persone, concentrando la nostra attenzione prevalente sulla qualità dei diversi contributi dati da questi stessi attori. La parte quantitativa si è invece concentrata sui dati: abbiamo analizzato i cataloghi delle edizioni passate, che sono stati tutti scansionati e acquisiti digitalmente, per ricostruire le partecipazioni nel tempo alle diverse Biennali.

constructing la biennale
Vista assonometrica dell’installazione progettata dal Politecnico di Torino / Dipartimento di Architettura e Design con Northeastern University

Come avete ‘tradotto in un’architettura’ una ricerca così sfaccettata? Quali elementi comporranno l’installazione finale?
Il curatore ci ha assegnato un compito con due obiettivi principali. Il primo era quello di comunicare qualcosa di forte e di significativo attorno al fatto che quest’anno non si può accedere al Padiglione Centrale, reinterpretandolo in modo da rendere la sua facciata “parlante” e integrata nella Mostra. Il secondo obiettivo era invece quello di raccontare visivamente il processo curatoriale della Biennale. Il primo passo è stato quindi quello di interagire con un cantiere che, per la sua imponente presenza, richiedeva innanzitutto di essere schermato. Era inoltre necessario gestire la chiusura verso il viale principale dei Giardini, lungo l’asse che conduce all’edificio. Proprio davanti al cantiere – di dimensioni davvero rilevanti, con strutture alte tre piani – abbiamo replicato una facciata delle stesse dimensioni di quella reale dell’edificio, realizzata con materiali semplici e impalcature a noleggio, che saranno poi restituite. A questa struttura è stato applicato un telo da cantiere su cui sono stati stampati i diagrammi realizzati da László Barabási, che offrono una prospettiva storica sulle diciannove edizioni della Biennale Architettura. In questo modo si cerca di rappresentare ciò che si cela dietro il cantiere: un padiglione temporaneamente inaccessibile, ma da sempre simbolo primo dell’Istituzione. In un’area più raccolta, coperta e parzialmente oscurata, è possibile immergersi in modo più intimo nel lavoro dell’attuale curatore. Lungo una galleria alta quattro metri, su uno dei suoi lati si sviluppa un lungo diagramma realizzato da Paolo Ciuccarelli che analizza il processo di selezione denominato Space for Ideas. L’analisi prende in considerazione diversi dati, tra cui la provenienza, il percorso professionale e le discipline di appartenenza dei vari partecipanti. Il diagramma è intervallato da dialoghi e interviste che restituiscono una dimensione viva e attuale dei progettisti selezionati. Sul lato opposto, due schermi affiancati proiettano un documentario che racconta vari aspetti del processo curatoriale. Il film alterna interviste ‘sul campo’ con i protagonisti del team curatoriale – lo stesso Ratti, i suoi collaboratori e alcuni architetti partecipanti – a riprese di incontri operativi e riunioni normalmente non accessibili allo sguardo del pubblico. Chiude il percorso una serie di nicchie quasi museali, che ospitano oggetti connessi al lavoro curatoriale: prototipi dell’allestimento, modellini, schizzi originali realizzati da alcuni degli architetti coinvolti, fino a fogli di appunti dei collaboratori di Ratti. Una collezione di materiali fisici che offre un riscontro tattile e un contrappunto concreto al lavoro sui dati esposto sulla parete opposta.

Le Biennali sono momenti fondamentali per il confronto, per lo sviluppo critico del dibattito sullo stato delle cose dell’architettura contemporanea. In questa prospettiva, quali direzioni vi pare prenda questa 19. Biennale Architettura?
Analizzando i dati relativi ai partecipanti, questa edizione della Biennale ci appare come molto pragmatica. Il bilanciamento delle provenienze geografiche, ad esempio, che è spesso stato un obiettivo prioritario nelle edizioni passate, stavolta sembra esserlo assai meno e lo è in modo sostanzialmente consapevole. Tuttavia, l’aspetto che emerge con maggiore forza dalle nostre analisi – e che in un certo senso ha influenzato anche la composizione del nostro gruppo – è l’intenzione di fornire all’architettura una serie di contributi provenienti da altre discipline. Ma con una premessa fondamentale: è sempre l’architettura a orchestrare il dialogo e a rimanere al centro del discorso.

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