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Dove volano i leoni

Il gonfalone del Veneto: storia, arte e simbolo identitario
di Michela Luce

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Scopri il viaggio storico e iconografico del leone marciano, emblema della Serenissima e simbolo identitario della Regione del Veneto, attraverso il volume Il gonfalone della Regione Veneto. Un leone che attraversa i secoli a cura di Franca Lugato, che ne ripercorre le origini, le varianti artistiche e il ruolo culturale dall’epoca medievale fino ai giorni nostri.

Dalla Laguna al Cadore, dall’Istria alla Dalmazia, dal Quarnaro all’Egeo, da Cipro a Bisanzio, da Palmanova a Bergamo: sono circa 5.000 i leoni della Serenissima volati sui suoi territori, in un centinaio di varianti iconografiche «espressioni di forza, fierezza, maestosità, nobiltà e coraggio».

A ripercorrerne lo straordinario viaggio temporale e semantico, il potente volume curato con passione e competenza da Franca Lugato, Il gonfalone della Regione Veneto. Un leone che attraversa i secoli offre uno spaccato storico approfondito che svela con dovizia di illustrazioni, selezionate con cura e precisione, la genesi che ha portato alla scelta dell’immagine del regale felino quale simbolo identitario e iconico che dalla Serenissima ha abbracciato sotto le sue ali l’intera Regione. Un progetto concepito e voluto per celebrarne il cinquantesimo anniversario dalla sua consacrazione.
Se oggi diamo per scontato quel gonfalone rosso con le sue sette fiamme svolazzanti, emblema delle città del suo territorio, che nelle occasioni più rappresentative e istituzionali accompagna il Tricolore italiano e le stelle dorate in campo blu dell’Unione Europea, in realtà la sua realizzazione è frutto di un dibattito durato cinque anni e che finalmente il 20 maggio del 1975 vide l’approvazione del “Gonfalone e stemma della Regione” con legge regionale, confermando il Veneto tra le prime ad avere una bandiera che orgogliosamente la rappresentasse.
Col suo vello fulvo-ambrato, aureola dorata, ali sfumate di rosa cipria, sullo sfondo di un mare appena increspato sulla linea d’orizzonte, le zampe stabili appoggiate tra pianura e montagna, il leone marciano nella sua versione in seta ricamato con fili policromi discende dall’aulico telero dipinto da Jacobello del Fiore nel 1415, con una sensibilità che dal gotico-bizantino si schiudeva alla cultura gotica-internazionale e destinato agli ambienti delle magistrature statali; col suo libro aperto recitava in latino «Qui si lascia da parte l’odio, ogni gelosia e impetuosità. Qui si punisce il delitto bilanciato sull’ago della verità», lanciando un messaggio criptico quanto esemplare che voleva essere un monito alla giustizia e al buon governo, nel momento di massima espansione di Venezia regina dei mari.
Un secolo dopo Vittore Carpaccio ne propose una tipologia più accattivante, narrativa, dove il leone, nella sua variante marciana evangelica, sembrava destinato a rivolgersi ad un pubblico attento al racconto di una Venezia descritta alle sue spalle in una veduta grandangolare che ne sintetizzava i luoghi del potere e il dominio, nel frattempo rivoltosi dal mare alla terra.
Nella versione andante si apriva all’era moderna, rispetto al leone in moeca legato ad un’iconografia araldica che lo rendeva più simile ad un granchio che al re della foresta.
Ma l’accostamento simbolico tra il leone alato e l’Evangelista risale a ben prima del legame con la Serenissima: lo ripercorre in un excursus curioso quanto approfondito il prezioso contributo di Michele Gottardi, che risalendo al profeta Ezechiele cita la visione di «un uragano, una grande nube ed un turbinio di fuoco» al cui centro si intravedono quattro figure metà umane, metà animali: toro, aquila e leone. Dal VI secolo a.C. al I secolo d.C. con l’Apocalisse di Giovanni, l’evoluzione del tetramorfo arrivò a San Girolamo che nel 398 d.C. nel suo Commento a Matteo, per primo associa la resurrezione di Cristo al leone; Marco invece partendo da Giovanni Battista, con la sua «voce che grida nel deserto» richiama il ruggito del leone.

L’identificazione di Marco con Venezia risale alla predestinatio che, in un alone di mistero leggendario, narra come al Santo, dopo la predicazione ad Aquileia e in viaggio verso Roma attorno al 50 d.C., tra le nebbie della laguna durante una tempesta, apparve un angelo che gli avrebbe preannunciato col «Pax tibi Marce evangelista meus, hic requiescet corpus tuum» che in quei luoghi avrebbe trovato la definitiva sepoltura. E mentre la città si stava consolidando col primo doge Paoluccio Anafesto eletto nel 697, per emanciparsi da Bisanzio serviva un’immagine sacra legata al culto cristiano che scalzasse il Teodoro bizantino. Ecco che l’evangelista Marco, discepolo di Pietro, diveniva il perfetto portatore del messaggio. Grazie alla traslatio, il corpo del Santo fu rubato da Alessandria d’Egitto dai due mercanti ex militari Bono da Malamocco e Rustico da Torcello e portato con tutti gli onori in Basilica, come descritto nel più bel mosaico esterno sul Portale di Sant’Alipio, unico rimasto in facciata risalente al XIII secolo.
Definitivamente sancito quale brand vincente nell’ascesa della Serenissima, il leone viene legato alla città grazie alla Legenda aurea di Jacopo da Varagine dopo il 1260, collegando il binomio Marco-leone, che sempre più venne rappresentato quale Biblia pauperum nelle cattedrali romaniche e gotiche.
Già nelle occasioni ufficiali si era visto svolazzare il vessillo col leone alato, simbolo e protettore della Repubblica: nel 1096 il doge Vitale Michiel offre al figlio, in partenza per la prima Crociata, lo stendardo con l’effigie di San Marco; nel 1141 l’investitura viene sancita dal gonfalone che accompagnerà ogni cerimonia fino alla caduta del 1797. Nel 1177, durante lo storico incontro tra papa Alessandro III e Federico Barbarossa, lo stesso gonfalone rosso col leone marciano imperioso sventola in una Piazzetta gremita di folla festante: i dignitari in corteo sotto la colonna dell’altro leone-grifo, i nobili affacciati alla loggia di Palazzo Ducale. La scena, descritta minuziosamente da Francesco Bassano, è raffigurata nel grande telero della Sala del Maggior Consiglio, dove il papa consegna lo stocco al doge Ziani. Di contorno, il leone sul campanile, quello sulla torre dell’orologio e in facciata al Ducale. Una identificazione ormai completa che rese il felino una sorta di “sovrano astratto” della Serenissima.

Ormai acquisita come immagine di Venezia, laddove se ne trovassero dovevano essere “importati”, così Francesco Morosini il peloponnesiaco, dopo la conquista della Morea, “portò a casa” tre leoni dal Pireo e da Delo, oggi svettanti all’ingresso dell’Arsenale.
In marmo o in pietra d’Istria, dipinti o a mosaico, incisi in monete o sigilli, sornioni o aggressivi, sono latori di un messaggio entrato nella storia, tanto da subire con la caduta della Repubblica un fenomeno di rabbiosa leonclastia. Dalla prima nel 1509 con la sconfitta di Agnadello da parte delle truppe di Giulio II, alle distruzioni dei giacobini e delle truppe francesi di Napoleone con quattromila rimozioni in terraferma e un migliaio a Venezia, divelti o imbiancati.
Simbolo della decadenza è invece il triste leone del Canova, realizzato per il monumento funebre a Clemente XIII Rezzonico, accovacciato e sconsolato, mentre fiero a spezzare la catena del dominio austriaco quello bronzeo in Campo Manin, o emblema di unità quello ruggente in Riva degli Schiavoni, con la zampa sopra i risultati del Plebiscito.
Il leone svetta nella sede veneziana delle Assicurazioni Generali e si distingue dall’aquila bicipite della sede triestina, ma è anche il leone d’oro o d’argento che dal 1949 la Mostra del Cinema assegna ai vincitori. Accompagna il Battaglione San Marco dei Lagunari, è presente nello stemma della Marina Militare italiana, e se lo fece imprimere D’Annunzio insieme al motto “Iterum rudit leo” sulla fiancata del suo Caproni per incutere timore durante le incursioni aeree oltre confine.
Comportò un lungo acceso dibattito quando fu proposto dal deputato regionale Sergio Dalla Volta, padovano, quale immagine identitaria della neonata Regione del Veneto. Troppo legato a Venezia, al suo ruolo passato di “Dominante”, mai del tutto accettato dalle altre città, che addirittura contestarono la scelta di Venezia quale capoluogo. Prevalse la lungimiranza e la sensibilità del primario patavino «padre del gonfalone e dello stemma del Veneto», come riporta Roberto Valente nel suo contributo all’elegante volume.
Non senza perplessità a quel punto la scelta dell’iconografia e del pittore che la doveva interpretare. Dubbi identitari, rappresentativi, estetici accompagnarono la decisione di incaricare il pittore mestrino Mario Carraro a dipingere, cosa rara nel linguaggio araldico, il bozzetto per il futuro gonfalone. Ne mette in luce le tappe Margherita Carniello, spulciando documenti preziosi e lettere inedite, ripercorrendo tutti i vari passaggi fino alla scelta definitiva che portò al recupero del leone di Jacobello, simbolo e legame di Venezia al suo massimo apogeo, al culmine della gloria che era della Serenissima e con lei dell’intera Regione.

 

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