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Con Cantami d’amore Edoardo Prati porta al Teatro Goldoni un dialogo tra poesia e musica, trasformando Dante, Cavalcanti e Tasso in interlocutori viventi. Studente e creator con oltre 600 mila follower, Prati intreccia citazioni classiche e inserti musicali, esplorando l’amore e la sua dimensione collettiva e politica in scena.
«Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le audaci imprese io canto». A pronunciare questi versi non è un attore di carriera né un professore di filologia, ma uno studente fuorisede che ha iniziato parlando di Dante e Tasso davanti allo schermo di uno smartphone. Ora, con Cantami d’amore, porta nei teatri italiani una conversazione che intreccia poesia e musica per interrogare colui che da sempre – si sa – «move il sole e l’altre stelle». Edoardo Prati, nato a Rimini nel 2004, si definisce con una formula disarmante nella sua semplicità: studente e creator. Frequenta Lettere classiche a Bologna, studia in treno, accumula libri più velocemente di quanto riesca a leggerne e sui social ha costruito una community vastissima ragionando di poesia, filosofia, musica e letteratura antica. La televisione, le ospitate da Fazio, la collaborazione con Repubblica sono arrivate come naturale conseguenza di un progetto semplice e radicale: sottrarre i classici allo spauracchio dell’interrogazione e rimetterli in circolo nella vita di tutti i giorni.
Dalla stessa matrice nasce Cantami d’amore, in scena al Teatro Goldoni di Venezia il 18 marzo, per la rassegna Fuoriserie del Teatro Stabile Veneto, di cui è protagonista accanto a nomi illustri della filosofia e della cultura italiana, quali Umberto Curi, Galimberti, Massimo Cacciari, Pietrangelo Buttafuoco.

Ideato con Manuela Mazzocchi ed Enrico Zaccheo, il sagace monologo è intermezzato da inserti musicali del maestro Battiato che interrompono, rilanciano, talvolta intensificano il flusso delle citazioni. Perché qui sono Dante, Cavalcanti e Tasso ad entrare in scena, convocati a rispondere a una domanda che attraversa i secoli: «Come si sopravvive all’amore, o meglio, come lo si attraversa senza diventare caricature di sé stessi?». Al centro del palco, con il canonico golf di lana e una favella che metterebbe in difficoltà più di un docente universitario, Prati commenta, si espone, concede qualche sorriso e intanto costruisce un’educazione sentimentale collettiva; scopriamo così che le sofferenze, i lamenti e le notti insonni non appartengono alla modernità, ma sono parte di un ingranaggio universale in moto dall’alba dei tempi, a cui, volenti o nolenti, letterati o benzinai, non possiamo sottrarci. D’altronde, ci ricorda, «siamo parte di un mosaico esteso e secolare, non siamo i primi e non saremo gli ultimi in balia dell’ingovernabilità e delle contraddizioni dei sentimenti». Ma è sull’amore come gesto pubblico che il discorso si fa più netto.
Prati lo ripete spesso, anche in scena: «L’amore è la cosa meno fascista che esista». Una frase che può sembrare provocatoria, ma che in realtà intercetta quella pulsione al controllo, alla chiusura, alla diffidenza verso l’altro che caratterizza ogni epoca. L’amore, al contrario, espone, destabilizza, costringe a uscire da sé, e proprio in questa esposizione assume una dimensione politica, perché riguarda la capacità di lasciarci trasformare dall’incontro con il diverso. In effetti, davanti a una platea social che supera i 600 mila follower e raccoglie studenti, impiegati, liceali, professionisti, intellettuali di ogni età, è impossibile negare che una qualche trasformazione ci sia stata. Se con uno smartphone in mano Prati ha iniziato a parlare di classici ed ora, con la stessa naturalezza, riempie un teatro, forse quella generazione spesso liquidata come superficiale, distratta o annichilita, ha qualcosa da raccontare.
E sa farlo, senza dubbio, con amore.