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Il latte dei sogni
Alla 19. Biennale Architettura – Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva – ecoLogicStudio presenta FundamentAI, un progetto che trasforma la Laguna di Venezia in un laboratorio vivente, dove dati biologici e intelligenza artificiale diventano strumenti di co-creazione tra umano e non umano.
Claudia Pasquero e Marco Poletto hanno fondato nel 2005 a Londra ecoLogicStudio, uno studio di architettura e innovazione con focus su biodesign e progettazione bio-digitale. In collaborazione con il Synthetic Landscape Lab (Innsbruck) e l’Urban Morphogenesis Lab (UCL), lo studio integra biotecnologie e intelligenza artificiale per trasformare gli spazi urbani in ecosistemi viventi. Tra i progetti recenti, Deep Forest (2024) e il volume Deep Green: Biodesign in the Age of Artificial Intelligence (2023).
In che modo il vostro progetto si confronta con la proposta di Carlo Ratti Intelligens?
Claudia Pasquero_ FundamentAI è un progetto paesaggistico per la Laguna di Venezia che si sviluppa come una conversazione tra i progettisti, i ricercatori e l’intelligenza di questo peculiare ambiente naturale. Si lavora con input provenienti dai microrganismi della laguna e dai dati della laguna stessa; tramite un’interfaccia di Artificial Intelligence le diverse voci coinvolte, umane e non, contribuiscono alla creazione di nuove visioni per un futuro ecologico di questo ambiente, che noi chiamiamo FundamentAI.
Marco Poletto_Il titolo è anche un gioco di parole. Da un lato si riferisce proprio materialmente alle fondazioni della città che sono cyber-organiche perché prodotte dalla coevoluzione di sistemi naturali della laguna e di sistemi artificiali creati dall’uomo. Dall’altro lato vuole anche ridiscutere le fondamenta dell’architettura stessa, che, come da proposizione costitutiva di questa Biennale di Ratti, vogliono espandersi al di fuori della sfera cognitiva umana. Da questo punto di vista, la laguna rappresenta non soltanto un territorio in cui semplicemente poter intervenire, ma un agente di design, un’intelligenza con cui confrontarsi o con cui collaborare. Come sperimentiamo da un po’ di anni [cfr. Deep Green, Biodesign in the Age of Artificial Intelligence], per noi l’intelligenza artificiale è un’opportunità per rafforzare il design collaborativo, perché ci permette di progettare non solo in collaborazione con altri colleghi o consulenti, ma anche in conversazione con enti che non parlano il linguaggio umano. FundamentAI è un progetto generato con la laguna, mediato dall’intelligenza artificiale, curato dagli uomini. La proposta di Ratti è stata per noi l’opportunità di trasformare la Biennale in un laboratorio dove sperimentare delle metodologie completamente nuove.
Un tema centrale di tutte le Biennali è certamente la definizione dell’architettura. Carlo Ratti in questa Biennale ritorna al discorso radicale di Laugier sull’archetipo della capanna primordiale, di un rifugio che forse va ridefinito. Tuttavia, guardando il vostro lavoro, l’architettura sembra essere completamente altro rispetto a uno shelter, un rifugio.
C.P._Negli scritti sull’analisi dell’origine dell’architettura e della relazione tra architettura e artigianato, Mario Carpo ci ricorda che la parola “architettura” è stata usata per la prima volta nel Rinascimento, a Firenze, come strumento di progettazione a cui segue l’esecuzione. Un’epoca dal punto di vista ecologico e sociale estremamente diversa da quella contemporanea, in cui le forze della biosfera erano decisamente superiori a quelle della urbansfera. L’idea di architettura come shelter, o interfaccia tra l’uomo e l’ambiente, nel Rinascimento è quindi rappresentata da una fortezza di mattoni definita in modo chiaro da un punto di vista sia morfologico che geometrico, per proteggere l’uomo dalla wilderness di una biosfera estremamente presente e pericolosa. In questo senso, anche gli strumenti per definire l’architettura, come ad esempio la prospettiva, sono in linea con tale visione perché ci permettono il framing della realtà, dividendo interno ed esterno, architettura e paesaggio, urbansfera e biosfera. Oggi ci troviamo in un paradigma ecologico e sociale decisamente antitetico rispetto a quello cinquecentesco. Le forze dell’urbansfera sono soverchianti, la biosfera cerca di aggrapparsi alla vita; l’architettura, come interfaccia tra uomo e ambiente, può quindi oggi farsi interfaccia viva in grado di ricostruire un dialogo virtuoso tra biosfera e urbansfera, così da creare le condizioni per costruire delle città che permettano una coesistenza fra questi multipli organismi. In tal senso forse l’architettura è oggi assai più prossima all’idea di paesaggio che non all’elemento codificato nei secoli dell’edificio in mattoni, ridefinendosi in una certa sua dimensione di elemento bagnato, organico, dinamico, con una disposizione costitutiva a crescere in forme sempre più eterogenee.
M.P._Anche le forze in gioco sono decisamente cambiate: mentre il mattone svolgeva una sua funzione di contenimento delle paure rinascimentali verso il mondo esterno, i timori odierni derivanti dal cambiamento climatico o dalle possibili pandemie non sono contenibili in recinti circoscritti fatti di mattoni o cemento armato. La geometria come framing o interfacing non è più sufficiente. Per questo il tema dell’intelligenza, o della capacità di comprendere il nostro ruolo nel mondo vivente, è centrale nel processo creativo architettonico contemporaneo. L’interfaccia di oggi deve per esempio essere ricettiva e saper coevolvere, aiutandoci a ridefinire il nostro ruolo creativo all’interno di processi con scale e forze che vanno ben al di là della nostra percezione limitata, in grado, perciò, di potenzialmente estendere il nostro paradigma cognitivo. Nel nostro caso, metterci in relazione con la laguna significa anche incorporare in essa le nostre intelligenze, estendendo la nostra sensibilità a quella di un organismo che normalmente non riusciamo a percepire perché funziona a una scala troppo ampia o infinitesima. L’architettura sta rapidamente procedendo verso un cambiamento radicale dei suoi codici disciplinari perché è la stessa natura che sta mutando radicalmente di giorno in giorno.

Spesso nei vostri progetti avete prodotto delle living architectures, delle straordinarie macchine viventi. Come si materializza il progetto che portate alla Biennale?
M.P._Il grosso dello sforzo che abbiamo espresso per realizzare questo progetto si è concentrato proprio a livello di AI, sviluppando modelli in collaborazione con il team di dottorandi del Synthetic Landscape Lab della Innsbruck University. Con loro abbiamo già da anni intrapreso un percorso nell’intelligenza artificiale intesa come sintesi tra il mondo dell’architettura e il mondo vivente. Il nostro approccio verso l’AI è proprio quello di creare dei tools che ci permettano di esplorare la cocreazione con il non umano. In questi mesi abbiamo principalmente lavorato a sviluppare un workflow, un metodo che connette diverse piattaforme AI per tradurre il linguaggio naturale in prompt. Da lì la definizione di una serie di piattaforme che generano immagini o video e la modellazione stampata in 3D – ‘sculture’ su cui sono proiettati i video. Nello specifico di questo nostro progetto per Biennale 2025, l’installazione vera e propria richiama una porzione di paesaggio lagunare in 3D su cui vengono proiettati video generati con le AI.
C.P._L’innovazione sta proprio nello sviluppo di una piattaforma che permetta di avere dati dalla laguna – la voce stessa della laguna – ma anche voci umane, elementi in grado di sviluppare non solo delle visioni, ma anche di delineare un progetto o parti di esso, poi tangibilmente realizzati attraverso una stampa in 3D che usa anche materiali biologici.
M.P._L’input è il linguaggio naturale: chiunque di noi può influenzare il processo. Un linguaggio che rende possibile l’accesso, la partecipazione stessa a questo processo, e quindi a questo progetto, a un’amplissima rete di persone. Quello che abbiamo estrapolato dopo le interazioni con l’AI e che l’AI sta elaborando è la voce della laguna in continua evoluzione, che diventerà l’audio che accompagna l’installazione. Questo è lo scopo del progetto: fare della laguna la protagonista della progettazione della città del futuro.
Una delle sfide della Biennale è proporre un lavoro multiplo tra le intelligenze naturali, artificiali e collettive al fine di rispondere alle insidie di un mutamento climatico sempre più radicale. Una posizione vicinissima, questa, alla cifra costitutiva del vostro lavoro. Cosa può davvero fare l’architettura di fronte a questo incombente cambiamento climatico?
C.P._A nostro avviso tantissimo. Uno dei punti essenziali su cui ci si deve concentrare è il fatto che il cambiamento climatico è una caratteristica insita nell’evoluzione perenne che caratterizza la vita del nostro Pianeta. Vita in continuo, pulsante divenire: non vi è esistenza senza cambiamento. Non possiamo fermare, quindi, questo processo evolutivo naturale e non c’è ragione alcuna di fermarlo, perché il cambiamento è vita. È l’unica costante del nostro esistere qui. La criticità che ci troviamo ora ad affrontare non è perciò data dal fatto che il clima cambia o che il Pianeta cambia, o che, ancora, gli esseri umani o non umani cambiano. Il problema deriva invece dal fatto che il cambiamento in atto è a tutti gli effetti disfunzionale. Quello che possiamo fare, grazie alle tecnologie, è oggi lavorare con il clima e capire come interagire con esso. Essenziale è capire come e quanto l’architettura, che diventa interfaccia tra l’umano e il non umano, possa stabilire delle dinamiche di cambiamento più positive e meno disfunzionali. Dobbiamo cercare di trasformare ciò che è negativo in una risorsa, guardare alle opportunità che emergono dalle mutazioni climatiche, ricercare la potenzialità trasformativa dei cambiamenti. E in questo l’architettura e il design, come elementi che ci interfacciano all’ambiente e che connotano in termini qualitativi la vita quotidiana, possono svolgere una funzione essenziale di traduzione e interazione con il non umano, con l’ambiente, e quindi con il cambiamento climatico, definendo nuove logiche di intervento su questi delicati terreni.
M.P._Se da un lato il cambiamento climatico ha dei risvolti che possono ovviamente essere distruttivi e creare disagi o sofferenze, dall’altro è occasione di innovazione. Il nostro compito è perciò anche quello di vedere e misurare le opportunità di una forza disruptive. Per noi è stato interessante utilizzare direttamente la laguna perché Venezia, con la sua unicità nel rapporto con l’acqua, rispetto alla laguna, al MOSE, all’impatto del turismo, rappresenta un test decisamente eclatante sul terreno delle sfide non solo tecniche, ma anche e soprattutto concettuali della disciplina. Da una parte è necessario ritornare con forza agli aspetti più eminentemente tecnici e strutturalmente insiti nella pratica dell’architettura, da troppi anni divenuti invece materia pressoché esclusiva del lavoro ingegneristico, dall’altra parte consolidare la consapevolezza che le soluzioni tecniche in sé e per sé non sono sufficienti ad affrontare tematiche e progetti sempre più complessi, che richiedono uno scavo culturale approfondito ed articolato, multidisciplinare per l’appunto, per definire incisivamente la congruità di ogni singolo intervento da compiersi. La Biennale è quindi un’occasione perfetta per sviluppare e approfondire questo ineludibile approccio coevolutivo. Noi speriamo che FundamentAI in tal senso possa dare un suo positivo contributo al confronto e alla discussione attorno a tali complessità.
Qual è il ruolo, l’impatto effettivo dell’intelligenza artificiale nell’architettura contemporanea?
M.P._Dal punto di vista tecnico, il lavoro svolto con il team sull’implementazione di questo protocollo di AI può rappresentare un contributo di ricerca significativo, perché apre la partecipazione a soggetti molto diversi tra loro. In un futuro anche assai prossimo riteniamo sia sempre più indispensabile immaginare eventi o public consultation dove si possa effettivamente cocreare. La speranza è che questi nuovi strumenti tecnologici possano portare effettivamente un contributo importante al fine di elevare la sostanza qualitativa degli interventi connessi all’architettura ma non solo ad essa, anziché essere utilizzati come ulteriori strumenti di mero sfruttamento, controllo o estrazione. Tutte le nuove tecnologie hanno sempre una doppia faccia, una doppia valenza; anche il ruolo del design, quindi, riteniamo debba essere quello di creare dei modelli in grado di utilizzare queste tecnologie in modalità positive. Nel progetto abbiamo cercato di esplorare un approccio completamente diverso all’AI, mettendo molta più enfasi sulla curatela del processo, sull’interazione tra diverse entità e sul rigore dei dati in entrata e in uscita. Abbiamo cercato di creare una piattaforma diversa da quelle già esistenti attraverso il workflow, il lavoro sui dati e il recoding di certe parti, permettendo l’integrazione non solo di parole umane, ma anche di dati rigorosi, cercando di produrre in uscita un modello altrettanto rigoroso.