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Intervista a Michèle Roche, Roland Dufau e Reza
di Mariachiara Marzari, Massimo Bran

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Nel nuovo progetto dedicato alla fotografia, ospitato a Palazzetto Bru Zane dal 23 maggio al 12 settembre, la Fondation Bru restituisce al pubblico la complessità tecnica e l’emozione racchiuse in ogni stampa fotografica attraverso il lavoro di Roland Dufau e la visione di Reza.

La Fondation Bru restituisce al pubblico la complessità tecnica e l’emozione umana che risiedono in ogni singola stampa fotografica di alta qualità attraverso il lavoro esclusivo di Roland Dufau e la visione leggendaria di Reza. Un nuovo progetto inedito dedicato alla fotografia, che diventa appuntamento fisso in occasione della Biennale, ospitato a Palazzetto Bru Zane dal 23 maggio al 12 settembre. In 37 anni di attività Roland Dufau ha valorizzato le stampe di oltre 220 fotografi, realizzate a partire dalle loro diapositive rese eccezionali grazie alla tecnica svizzera nota come Cibachrome. Le parole del fotografo americano Robert J. Steinberg lo hanno accompagnato per tutta la vita: «Per me l’oggetto d’arte più sensuale è una stampa fotografica meravigliosamente eseguita». Dufau ha maturato un’eccezionale carriera fatta di duro lavoro e immensa passione, collezionando oltre mille stampe grazie al rapporto strettissimo che ha costruito con i più importanti fotografi del mondo. Uno di questi, Reza, è stato chiamato nell’inedita veste di curatore a selezionare cinquanta fotografie tratte da questa eccezionale raccolta privata, stampe capaci di restituire la potenza estetica e la sapienza artigianale dello “Scultore di Luce” Dufau.  Abbiamo avuto il piacere di incontrare in anteprima Michèle Roche, segretaria generale della Fondation Bru, Roland Dufau e Reza.

© Alain Bizos, Le cirque, New-Delhi, India, 1983

Quali ragioni hanno determinato la scelta della Fondation Bru di approfondire il linguaggio della fotografia?
Michèle Roche_Ci sono sempre dei legami tra i progetti sostenuti dalla Fondation Bru e le passioni dei suoi fondatori, Jean e Nicole Bru. La fotografia è una di queste, una passione profondamente radicata nella loro vita. Non sono mai stati dei semplici amatori: fotografavano durante i loro viaggi, si muovevano ciascuno con il proprio sguardo e arrivavano persino a sfidarsi, confrontando le immagini al ritorno per scegliere la più riuscita. C’era un vero spirito di gioco in loro, ma anche una grande attenzione alla qualità dell’immagine e al momento della stampa, vissuto quasi come un rito. Ancora oggi questa passione è tangibile negli archivi della fondazione: conserviamo negativi, diapositive, macchine fotografiche – tra cui diverse Leica –, cineprese, obiettivi e materiali di lavoro. È un patrimonio che racconta non solo uno sguardo, ma più estesamente un modo di vivere la fotografia fatto di curiosità, precisione e piacere. Per questo è sembrato inevitabile sviluppare delle mostre attraverso questo linguaggio espressivo, ospitandolo al Palazzetto Bru Zane, tradizionalmente vocato alla musica. Il legame è venuto naturale: Venezia è un luogo di musica, ma anche di sguardo e di passaggio. Perché, allora, non esporre dell’ottima fotografia soprattutto durante la Biennale?

Quale l’azione che la Fondation Bru ha dispiegato negli anni in questa direzione?
Michèle Roche_La nostra prima incursione nel mondo della fotografia risale al 2008 grazie all’incontro con Fondation Gilles Caron e la conseguente decisione di sostenere un percorso di valorizzazione del lavoro di questo straordinario fotografo, che ha avuto il via con la realizzazione di uno scrapbook. Negli anni successivi il dialogo si è approfondito, fino ad arrivare nel 2013 alla realizzazione di un progetto ancora più ambizioso: la produzione di stampe a colori a partire da sessanta diapositive originali. Si trattava di un lavoro complesso, anche perché i materiali e i procedimenti tecnici connessi a questa lavorazione stavano già scomparendo. È proprio in questo contesto che ho incontrato Roland Dufau. Il suo lavoro è stato per me una vera rivelazione: non solo per la qualità tecnica, ma per la capacità di restituire vita a immagini fragili, segnate dal tempo, attraverso un processo lungo, paziente e profondamente creativo. In quel momento ho capito che la stampa non è un semplice passaggio tecnico, ma una vera forma d’interpretazione, quasi una seconda scrittura dell’immagine.

Cosa l’ha colpita più in particolare del suo lavoro?
Michèle Roche_La stampa fotografica è spesso invisibile, eppure è fondamentale. Roland Dufau è un artigiano straordinario: non si limita a stampare un’immagine, la rivela, a volte la ricostruisce. Partendo da diapositive, lavora sul colore, sulla luce, sulla materia. Alcune stampe hanno richiesto decine di tentativi. Il suo procedimento, il Cibachrome, permetteva una precisione e un’intensità cromatica eccezionali, con una durata nel tempo straordinaria. Ma al di là della tecnica, c’è una dimensione più eminentemente umana in questo processo: ogni stampa è uno scambio con il fotografo, una collaborazione.

Come è nata l’idea di una mostra dedicata proprio a Dufau?
Michèle Roche_Dopo aver lavorato con lui su Gilles Caron, l’ho ricontattato; ero venuta a conoscenza che possedeva una collezione di circa 1.200 stampe di fotografi tra i più importanti al mondo. Da qui è nata l’idea di una mostra sulle fotografie da lui stampate, la cui curatela doveva essere affidata ad un fotografo, da qui il coinvolgimento di Reza. Era necessario presentare una selezione che incrociasse le diverse visioni. In mostra ha selezionato una cinquantina di opere.

Quali sono stati i criteri di scelta delle singole fotografie?
Michèle Roche_Il primo criterio è stata la qualità della stampa: mostrare la potenza del Cibachrome e il sapere artigianale di Roland Dufau. Quindi il risultato estetico finale, ma anche più specificamente il processo creativo e la sinergia tra fotografo e stampatore. Poi abbiamo cercato di rappresentare i grandi fotografi con cui ha lavorato, da Lucien Clergue a Jean-Claude Sauer a Jacques Henri Lartigue, e i diversi ambiti, dal fotoreportage alla fotografia pubblicitaria e di moda, in cui questi stessi fotografi hanno prevalentemente operato. Ogni immagine è anche una testimonianza di riconoscenza: spesso i fotografi offrivano una stampa in cambio del lavoro di Roland Dufau. La collezione racconta quindi sia una storia della fotografia, sia una storia umana.

Come definirebbe il suo mestiere?
Roland Dufau_È un mestiere di passione e artigianato. Per oltre trent’anni, esattamente 37, ho lavorato da solo, a mano, al buio, a volte per ore su una sola immagine. Utilizzavo maschere di bianco e nero per gestire i forti contrasti tra luci e ombre. Questo lavoro, estremamente preciso al millimetro, permetteva di far emergere dettagli nelle zone scure proteggendo contemporaneamente le parti chiare, un risultato che gli obiettivi dell’epoca spesso non riuscivano a catturare appieno. Poiché le stampe da diapositive avevano tradizionalmente margini neri, ideai un sistema manuale nel buio totale (usando pesi e cartoni sagomati) per creare bordi bianchi. Questa innovazione permise ai fotografi di firmare le proprie opere a colori come si faceva per le collezioni in bianco e nero, nobilitando così la stampa a colori da collezione. La carta Cibachrome aveva una particolarità: estrema precisione cromatica e, grazie alla stabilità dei suoi coloranti azoici, una durata nel tempo stimata fino a 300 anni in condizioni di conservazione ottimali. A differenza di altri processi, i coloranti nel Cibachrome sono già presenti all’interno della carta, garantendo una saturazione e una nitidezza superiori, una trasparenza unica, dando l’impressione che l’immagine sia “dentro il ghiaccio”. Questo garantiva colori molto puri e stabili. Si poteva passare da pochi secondi di esposizione a quindici minuti, intervenendo manualmente sul colore. Ogni stampa era unica. Il mio obiettivo è sempre stato semplice: il fotografo doveva ritrovare ciò che aveva visto, ciò che aveva sentito e se affermava: «è esattamente così», avevo raggiunto lo scopo. Questa tecnica è diventata oggi “leggendaria” anche a causa della sua rarità: la carta e i prodotti chimici necessari non sono più in produzione, rendendo i tiraggi esistenti dei pezzi d’archivio unici.

Come ha iniziato questo incredibile percorso?
Roland Dufau_Quasi per caso. Dovevo consegnare delle stampe per un reportage industriale, ma il laboratorio aveva sbagliato i colori: delle bistecche che dovevano essere rosse erano diventate marroni. Ho deciso di intervenire e fare le stampe da solo con un kit Cibachrome. Il risultato si rivelò buono, anzi ottimo. Così altri fotografi hanno iniziato ad affidarmi i loro lavori. Da lì tutto è cresciuto: commissioni, collaborazioni, mostre. A un certo punto avevo sei mesi di lista d’attesa. Alcuni fotografi prenotavano persino anni prima. Ho trasformato la stampa in un atto di artigianato puro, lavorando spesso in totale solitudine per ore sotto l’ingranditore, manipolando la luce con le mani (tecnica del “maquillage”) per ottenere risultati che la tecnologia industriale non poteva garantire.

Che rapporto stabiliva con i fotografi?
Roland Dufau_Un rapporto di fiducia totale. Il mio laboratorio di Parigi è diventato un punto di riferimento mondiale. Ho collaborato per oltre 30 anni con Lucien Clergue, il quale aveva una fiducia tale in me da portare le scatole delle stampe direttamente a New York senza nemmeno controllarle prima. All’inizio ci siamo dovuti capire, trovare un linguaggio comune, poi era un dialogo continuo. A volte mostravo ai vari fotografi due versioni di un loro scatto: quella della diapositiva e quella rielaborata. Spesso scoprivano dettagli che non avevano visto prima. Louis Stettner arrivò a dichiarare che se non mi avesse incontrato avrebbe smesso di fotografare a colori, poiché solo io riuscivo a rendere i colori che lui desiderava.

Reza, lei è stato chiamato nel ruolo inedito di curatore. Come descriverebbe il lavoro di Roland Dufau?
Reza_Lo chiamo il “Mago della Luce”. Noi fotografi abbiamo una visione, una memoria visiva. Ma né gli obiettivi né le pellicole restituiscono esattamente ciò che vediamo. Lui ci riusciva. Leggeva nei nostri occhi, capiva ciò che volevamo esprimere a volte meglio di noi stessi.

Qual è il suo linguaggio fotografico?
Reza_Dare voce a chi non ne ha. Fotografare i dimenticati, le zone di conflitto, le persone invisibili. L’arte deve essere al servizio dell’umanità. Potrei fare fotografia commerciale, ma scelgo di andare sul campo, anche a rischio della vita. Perché l’immagine può testimoniare, risvegliare, trasformare.

Tra i tantissimi suoi scatti divenuti iconici, uno su tutti è emblematico di come e quanto un’immagine possa restituire l’essenza, la forza intrinseca di un fatto, di una persona, facendosi autentico documento storico. Ci riferiamo, naturalmente, al ritratto del Comandante Ahmad Shah Massoud, il leggendario leone del Punjab, scattato nel 1985. Ci racconta la genesi di questa fotografia?
Reza_Mi ci sono voluti due anni per incontrarlo. Era l’uomo più ricercato al mondo. Un giorno ci siamo ritrovati in una grotta, sotto i bombardamenti in Afghanistan. È lì che ho scattato la foto, mentre era assorto nei suoi pensieri, nelle sue riflessioni. Abbiamo parlato per ore. Mi ha raccontato la sua visione politica, prevedendo correttamente che l’Unione Sovietica sarebbe crollata entro cinque anni a seguito della sconfitta militare in Afghanistan, ma anche un sogno semplice: diventare insegnante nel suo villaggio. Quel momento fissato nell’immagine racchiude tutto: forza, fragilità, umanità.

Qual è il messaggio che intende veicolare questa mostra?
Reza_Una forma di gioia, nonostante tutto. Un’energia positiva. In un mondo sempre più drammaticamente segnato da violenza e incertezza, queste immagini ricordano la bellezza, la precisione e la profondità dello sguardo umano. Rendono omaggio a un mestiere scomparso: quello dello stampatore, artigiano nell’ombra che dà alla fotografia la sua piena esistenza. Il progetto sostenuto dalla Fondation Bru non è dunque solo una celebrazione della fotografia, ma un atto di salvaguardia di un’arte artigianale in via di estinzione.

Immagine in evidenza: Roland Dufau et Reza, Chambre noire avec la machine pour le Cibachrome

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