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Frammenti di natura urbana

Il Padiglione Lituania e le nuove sfide dell'architettura
di Mariachiara Marzari

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Oggi l’abbattimento degli alberi urbani accende proteste e riflessioni sul clima, la memoria e la qualità della vita. In questa intervista, Jūratė Tutlytė racconta come il Padiglione Lituania alla Biennale 2025 esplora il dialogo tra architettura e natura.

Oggi, l’abbattimento degli alberi nelle aree urbane suscita massicce proteste tra i residenti, che esprimono insoddisfazione per i cambiamenti nel loro ambiente, nella qualità della vita, nel deterioramento del clima urbano e nella perdita della memoria storica. Inoltre i cambiamenti climatici sono ormai evidenti e con essi la condizione per l’uomo e l’ambiente naturale e abitato. La posizione degli architetti gioca un ruolo cruciale in questo senso. «È impossibile ignorare» afferma Jūratė Tutlytė, laurea in Lettere e Filosofia, ricercatrice in Arte e Storia e Teoria dell’Architettura, Commissaria del Padiglione Lituania alla Biennale Architettura 2025. Archi / Tree / tecture, titolo/tema del Padiglione lituano che occupa gli spazi monumentali della Chiesa del Complesso dell’Ospedaletto, offre uno spazio di riflessione e invita architetti e visitatori a esplorare il rapporto tra le diverse architetture e la natura urbana.

© Martynas Plepys

Una grande radice d’albero accoglie i visitatori del Padiglione lituano all’interno della Chiesa dell’Ospedaletto. Che significato ha questo elemento, nella narrazione del progetto presentato?
La monumentale radice d’albero installata all’ingresso del Padiglione lituano funge da rottura simbolica. Piuttosto che un elemento scenografico, essa agisce come una ferita esposta, un frammento di natura urbana violentemente strappato dal suo contesto vitale. La sua forma sradicata funge da contro-monumento, ricordando ai visitatori che le città contemporanee sono spesso costruite sui sedimenti di ecologie cancellate: alberi abbattuti, terreni spostati, paesaggi dimenticati. In questo senso, la radice diventa un gesto anti-architettonico. Essa destabilizza le aspettative convenzionali di una mostra di architettura, che in genere inizia con immagini, modelli o inquadramenti discorsivi. Qui, il primo incontro è tattile, corporeo e affettivo. Costringe i visitatori a riconoscere che l’architettura non è mai autonoma: è sempre implicata in cicli di estrazione, spostamento e trasformazione. Collocata all’interno della chiesa barocca di Santa Maria dei Derelitti, la radice funge anche da contro-monumento. Introduce un diverso tipo di “oggetto sacro”: non un’opera d’arte o una reliquia, ma un frammento di natura urbana che è stato sacrificato a favore di una pianificazione orientata alla crescita. Una volta varcata questa soglia, si dispiega la narrazione più ampia del padiglione: una riflessione su come la scomparsa degli alberi sia inseparabile dall’erosione della memoria collettiva, dell’intelligenza ecologica e dell’identità culturale.

In che modo Archi / Tree / tecture si inserisce nel dibattito Intelligens. Natural. Artificial. Collective? Qual è il vostro contributo specifico?
Il tema di Carlo Ratti mette in primo piano un’ecologia ampliata delle intelligenze – naturali, artificiali e collettive – che modellano l’ambiente costruito. Il Padiglione lituano approfondisce questo discorso insistendo sul fatto che gli alberi e gli ecosistemi incarnano forme di intelligenza con cui l’architettura deve imparare a interagire, non solo mitigare o estetizzare. Il nostro contributo consiste nell’ampliare il campo epistemico della Biennale. L’architettura non è posizionata come centro disciplinare, ma come interprete dell’intelligenza eco-sistemica, ovvero delle logiche spaziali a lungo termine inscritte nel suolo, nei sistemi radicali, nelle strutture delle chiome e nei climi locali. Questa prospettiva espande l’idea di “intelligenza naturale” oltre le metafore bio-mimetiche, riconoscendo gli alberi come agenti che strutturano la vita sociale, la memoria spaziale e le condizioni micro-climatiche. Allo stesso tempo, il progetto sfida la strumentalizzazione dell’“intelligenza artificiale” in architettura. Invece di presentare il calcolo come un paradigma risolutivo, il Padiglione propone forme collettive e specifiche di intelligenza, coltivate attraverso il dialogo, la pedagogia e la ricerca collaborativa, espresse in modo più chiaro nel programma del simposio Archi / Tree / tecture. In questo modo il Padiglione riformula la triade di Ratti aggiungendo un quarto vettore: l’intelligenza eco-sistemica come coautrice del pensiero architettonico.

Il Padiglione promuove il dialogo multiculturale tra professionisti, architetti, ricercatori e creativi provenienti da circa quindici università europee. Quale ruolo pensate che abbiano gli architetti e l’architettura contemporanea? La pratica dell’architettura si riflette in questa Biennale e, se sì, in che misura questa edizione indica percorsi nuovi e alternativi?
Il Padiglione lituano funge da piattaforma attiva piuttosto che da esposizione statica, come dimostra chiaramente il LABT, un laboratorio studentesco transdisciplinare della durata di un anno che riunisce oltre 16 istituzioni europee e circa 400 studenti e che è culminato nel simposio Archi / Tree / tecture (22-28 settembre 2025), un programma di una settimana che ha riunito più di 80 studenti e mentori provenienti da oltre 16 Università europee. Strutturato in tre filoni tematici – Gli alberi come alleati dell’architettura; Dalle città intelligenti agli ecosistemi viventi; Cosmologie della convivenza più che umana – il simposio combina conferenze, workshop, ricerche sul campo a Venezia e riflessioni collettive. Questo contesto posiziona gli architetti non come autori isolati, ma come mediatori che si muovono tra discipline, specie e scale temporali. Il Padiglione sottolinea che la pratica architettonica contemporanea si sta spostando dalla produzione orientata all’oggetto verso l’indagine orientata al processo, una traiettoria che trova eco in tutta questa edizione della Biennale. Ciò che emerge è una più ampia ricalibrazione della paternità dell’opera. I metodi di co-creazione, la cura ecologica e la conoscenza basata sul luogo sostituiscono le nozioni tradizionali di maestria architettonica. La Biennale diventa così un banco di prova per futuri alternativi in cui l’architettura partecipa come facilitatrice di relazioni – tra comunità ed ecosistemi, tra tecnologia ed esperienza vissuta, tra paesaggi passati e immaginari futuri.

© Gvidas Kovėra

Tradizione come responsabilità ed evoluzione sostenibile. Quali elementi indigeni diventano linguaggi architettonici attuali e sostenibili?
Per noi, la “tradizione” non è uno stile nostalgico, ma una responsabilità nei confronti dell’intelligenza ecologica e culturale insita nel luogo. La visione del mondo precristiana della Lituania, in cui la natura era vista come animata e gli alberi erano considerati una sorta di asse verticale che collegava la terra e il cielo, offre una potente lente indigena per il design contemporaneo. Ciò si traduce in diversi “linguaggi” architettonici che mettiamo in evidenza. Uno di questi è la pratica di progettare intorno e con gli alberi esistenti piuttosto che nonostante essi, trattando gli alberi maturi come punti di riferimento dell’organizzazione spaziale e non come ostacoli da rimuovere. Molti dei progetti del XX e XXI secolo mostrati nei nostri modelli considerano la chioma degli alberi circostanti come un elemento primario nella definizione della disposizione, della forma e del microclima, piuttosto che come un elemento secondario. Un altro elemento è la cultura sociale ed emotiva degli alberi nelle città lituane: le querce e i tigli lungo le strade sono punti di incontro, protettori dell’ombra e portatori della memoria del quartiere. Il loro abbattimento spesso scatena proteste pubbliche, che interpretiamo come una continuazione contemporanea di pratiche più antiche di rispetto della natura. Portando questi elementi in un dibattito architettonico internazionale, proponiamo un linguaggio sostenibile radicato nel rispetto, nei tempi lunghi e nel riconoscimento degli alberi come coautori dello spazio.

Spazio naturale e spazio costruito, un’equazione che deve essere ripensata. Quali nuovi parametri vengono presi in considerazione?
Il Padiglione sostiene che l’equilibrio tra spazio naturale e spazio costruito debba essere ricalcolato utilizzando parametri che l’architettura ha tradizionalmente marginalizzato. In primo luogo, il tempo: il ciclo di vita di un edificio deve essere considerato insieme ai cicli di vita molto più lunghi degli alberi e degli ecosistemi. La rapida trasformazione dei quartieri a scapito di alberi secolari dimostra come le logiche di sviluppo a breve termine possano distruggere la resilienza, la memoria e l’identità. In secondo luogo, il benessere oltre l’umano. Attingendo al pensiero postumanista, il nostro Simposio e il nostro spazio di ricerca sottolineano che gli esseri umani sono solo uno degli attori di vaste reti di specie e agenti. Progettare città che abbiano a cuore la salute del suolo, la biodiversità e la vita vegetale – e non solo il comfort umano – diventa un criterio centrale per una “buona” architettura. In terzo luogo, il valore affettivo e culturale: l’attaccamento emotivo e le forme di protesta che emergono quando vengono abbattuti gli alberi urbani ci dicono che gli elementi naturali hanno un peso simbolico paragonabile a quello dei monumenti. Integrare questo aspetto nella pianificazione significa trattare gli alberi come patrimonio e infrastruttura sociale, non solo come verde. Insieme, questi parametri suggeriscono una nuova equazione in cui gli spazi naturali e quelli costruiti non sono opposti, ma parti co-evolutive di un unico sistema vivente, e in cui l’architettura viene giudicata in base alla delicatezza e all’intelligenza con cui interviene in tale sistema. Il Padiglione sostiene che la dicotomia tra naturale e costruito, a lungo dominante, non è più sostenibile. Ciò che serve è una ricalibrazione dei parametri attraverso i quali vengono concepite le città. Emergono diversi nuovi principi: in primo luogo, l’asimmetria temporale. Gli alberi e gli ecosistemi operano su scale temporali che superano di gran lunga quelle dei cicli di costruzione contemporanei. L’architettura deve quindi adottare una pianificazione a lungo termine, in cui la durata di vita di un albero o il recupero del suolo siano considerati come un vincolo architettonico e non come un ripensamento. Secondo, pensiero a livello di sistema. Gli ambienti naturali e costruiti non possono essere analizzati come componenti distinti. I sistemi radicali, i modelli di ombra, l’umidità del suolo e i corridoi del vento formano reti spaziali che si estendono oltre i confini delle proprietà, richiedendo una modellizzazione contestuale ed ecologica piuttosto che una progettazione su scala parcellare. Terzo, l’etica oltre l’umano. Le città devono essere progettate per il benessere di più specie. Ciò sposta i criteri architettonici verso il sostegno della biodiversità, la promozione dei microclimi e la convivenza. L’architettura diventa un sistema di supporto infrastrutturale per gli ambienti di vita, non solo il loro sfondo. Quarto, il valore culturale ed emotivo. La natura urbana ha un peso simbolico e mnemonico. Abbattere un albero raramente è solo un atto tecnico: è una rottura culturale. Il Padiglione mette in primo piano questa dimensione emotiva, proponendo che i beni ecologici siano trattati con la stessa sensibilità dei monumenti storici. In sintesi, questi parametri ridefiniscono l’architettura non come una disciplina che modella gli oggetti, ma come un campo che media le relazioni tra ecologie, comunità e temporalità.

Immagine in evidenza: © Gytis Dovydaitis

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