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Spazio ad una una musica ambient depurata della sua dimensione misteriosa e sfuggente, per un’esibizione che rivisita un classico della scena elettronica intimamente legato a Venezia.
Christian Fennesz, conosciuto dai più solo con il suo cognome, è uno degli artisti più rilevanti nella scena musicale degli ultimi trent’anni. Diplomato in chitarra al Conservatorio, rimarrà sempre fedele a questo strumento, il cui suono, filtrato e rigenerato attraverso strumenti ed effetti elettronici, definisce la totalità dei suoi lavori dal vivo e su disco. Se i tedeschi Oval sono gli antesignani della glitch music, con il loro disco 94diskont del 1995, Fennesz ne appare come il normatore già con il suo primo disco, Hotel Paral.lel, pubblicato nel 1997. Attraverso un campionario di droni sfuggenti, brividi di rumore bianco, ritmi elettronici di inflessibile semplicità, Fennesz tesse trame che non si consumano interamente in un approccio dark in cui trionfa solo l’imperturbabilità della macchina. Tutt’altro: il disco è pervaso da una brillantezza, una sensibilità melodica che si riveleranno poi come le caratteristiche essenziali e costanti della sua musica. Dopo un secondo disco in cui offre un campionario di tutti i possibili suoni che si possono ottenere avendo una chitarra, un laptop, un po’ di pedali e di effetti, nel 2001 Fennesz decide di spogliarsi del ruolo fin qui esercitato di controller del processo di produzione sonora dandosi in modo assoluto all’estasi della musica. E realizza il suo capolavoro, Endless Summer, un disco il cui ascolto provoca la stessa sensazione struggente di una musica votata alla nostalgia del passato quale solo i Beach Boys hanno saputo offrire.
E infatti, confessa il musicista, durante il lavoro in studio ascoltava in loop Smile, il mitico ‘disco perduto’ del gruppo californiano. Il disco abbaglia per la capacità di generare trame melodiche e ritmiche che si susseguono senza respiro, in un vortice di musicalità in cui anche la chitarra di Fennesz spesso diventa riconoscibile, non più coperta da strati e strati di effetti e manipolazioni. È proprio Endless Summer che fotografa la perdita di centralità della musica rock che si consumava in quegli anni, e lo fa celebrando senza nessun infingimento il culto nostalgico di quel genere. E tre anni dopo, nel 2004, arriva un altro capolavoro, Venice per l’appunto, originariamente registrato nella città lagunare. Venice appare sospeso tra l’estasi nostalgica del disco precedente e la costante incursione di drones e samples che si manifestano come elementi estranei, anche se non conflittuali. L’album è stato recentemente ripubblicato da Touch Music in una versione espansa per celebrare il ventennio di questo autentico capolavoro di astrazione sonica ed emotiva, in cui chitarra acustica, elettrica, sintetizzatori, campionatori e field recordings raccolti a Venezia si incontrano in una tensione sublime fra bellezza e decadimento. Dalle parole dell’artista Venice è “descrizione suggestiva di un dignitoso declino, decadimento, morte e rinascita” che perfettamente incapsula la natura mutevole ed effimera della città d’acqua, di cui Transit, la traccia dell’album realizzata in collaborazione con David Sylvian, sembra esserne espressione di massima intensità emotiva. Forse la carriera futura del musicista austriaco non produrrà più, nei 20 anni successivi, musiche dai picchi così alti come i due lavori di cui abbiamo appena parlato. Tuttavia è certo che Fennesz, che abbiamo incontrato per voi, focalizzerà il suo genio musicale verso una esplorazione costante di una musica ambient depurata della sua dimensione misteriosa e sfuggente, per approdare ad un canto che rimane sempre fonte di intense emozioni. Fennesz non perderà mai la vocazione che lo ha attraversato tutta la sua vita: la capacità di trasformare la sua chitarra e il suo lap-top in strumenti evocatori di mondi possibili.