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Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, Canicula conclude la “Trilogia delle incertezze”, il lungo attraversamento ideato da Fondazione In Between Art Film che dal 2022 ha trasformato il Complesso dell’Ospedaletto in un organismo cinematografico in costante mutazione.
Ci sono mostre che accompagnano la Biennale. E poi ci sono progetti che provano a entrarle dentro, a prenderne il ritmo, la febbre, la tensione. Canicula, annunciata da Fondazione In Between Art Film, appartiene a questa seconda categoria: non si presenta come semplice evento parallelo, ma come uno degli appuntamenti destinati a misurare il termometro emotivo e politico di Biennale Arte 2026. Aprirà il 6 maggio al Complesso dell’Ospedaletto e resterà visitabile fino al 22 novembre. Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, Canicula chiude la “Trilogia delle incertezze”, il percorso avviato nel 2022 con la mostra Penumbra e proseguito nel 2024 con Nebula. È il compimento di una traiettoria ormai riconoscibile, che ha trasformato la presenza veneziana della Fondazione in uno dei progetti più coerenti e ambiziosi nel campo delle immagini in movimento. Non è un caso: la Fondazione, fondata da Beatrice Bulgari nel 2019, nasce proprio con l’obiettivo di sostenere artisti, istituzioni e centri di ricerca che lavorano al confine tra cinema, video, performance e installazione, e negli ultimi anni ha consolidato un’identità precisa, capace di intrecciare produzione, cura e pensiero critico. Questa volta il titolo dice già tutto. Canicula richiama i giorni più caldi dell’estate, il momento in cui la luce non illumina più ma abbaglia, e il calore smette di essere stagione per diventare pressione. È da qui che prende forma il progetto: da una sensazione di eccesso, di saturazione, di affaticamento dello sguardo. La mostra riunisce otto nuove installazioni video site-specific, commissionate e prodotte dalla Fondazione, firmate da artisti internazionali come Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe. Ma più che l’elenco delle opere, conta il quadro che ne emerge: un progetto che interroga il presente attraverso il linguaggio delle immagini, mettendo al centro temi come la distorsione dell’informazione, il sovraccarico sensoriale, la fragilità della memoria e il rapporto sempre più instabile tra realtà e percezione. Anche per questo Canicula arriva a Venezia con un peso specifico particolare. In una Biennale che già si annuncia come una riflessione sul tono minore, sulla complessità e sulle frequenze meno gridate del contemporaneo, la mostra della Fondazione sembra scegliere un’altra via: quella dell’intensità, dell’immersione, dell’attrito. E rafforza una formula ormai collaudata, che non si esaurisce nell’inaugurazione ma si prolunga in un simposio interdisciplinare previsto il 26 e 27 ottobre e in un catalogo pubblicato da Marsilio Arte in autunno. Segni concreti di un progetto che vuole andare oltre il calendario mondano della Biennale per lasciare una traccia critica nel dibattito artistico internazionale. È qui che Canicula sembra giocare la sua partita più interessante. Non nella semplice promessa di un grande evento, ma nella capacità di dare forma a un sentimento condiviso: quello di un presente surriscaldato, saturo, febbrile, in cui perfino guardare diventa un atto incerto. Venezia, nei mesi della Biennale, sarà come sempre piena di immagini, di linguaggi, di visioni in competizione tra loro. Ma alcune mostre, più di altre, riescono a intercettare l’aria del tempo. Canicula ha tutta l’ambizione per essere una di queste: non solo una mostra da visitare, ma un’esperienza da assorbire, una scossa da portarsi addosso, una di quelle che restano nella memoria quando la stagione finisce e le luci, finalmente, si abbassano.