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Abbiamo visto per voi il nuovo allestimento del capolavoro di Verdi, in un teatro che ancora una volta si fa specchio vivo del reale.
Riscuote deciso successo presso il pubblico la rappresentazione del Simon Boccanegra alla Fenice di Venezia, in cui la complessità della trama e le asperità del libretto sembrano appianate da una performance d’indubbio livello dei cantanti. Indiscussa l’abilità del Simone, Luca Salsi, il quale, pur non trovandosi nel suo ruolo d’elezione che è quello del baritono antagonista, compensa un timbro della voce forse un po’ troppo scuro con una grande immedesimazione nel personaggio e una notevole presenza scenica. Nelle recite di febbraio viene sostituito nel ruolo da Simone Piazzolla, esperto nelle vesti del corsaro genovese. Molti applausi poi per Francesco Meli, nei panni di Gabriele Adorno, interpretato con il piglio del tenore drammatico e con voce nitida e veemente, ma mai eccessiva. Di qualità anche le prestazioni degli altri interpreti: un ottimo Alex Esposito nella parte di Jacopo Fiesco e Simone Alberghini in un ruolo sì minore quale è quello di Paolo Albiani, ma gestito con grande compostezza. Quanto a Francesca Dotto, che ha prestato la voce ad Amelia/Maria, la sua esecuzione è apparsa pienamente consona alla sfaccettata personalità della nobile protagonista femminile, con un’emissione vocale eterea e possente al contempo. Fondamentali a supporto gli ottimi interventi del coro, guidato da Alfonso Caiani, e soprattutto l’accompagnamento brioso e vigoroso dell’Orchestra, sotto la bacchetta di Renato Palumbo, che conduce quest’opera con l’esperienza di chi la diresse per la prima volta, giovanissimo, durante una tournée fenicea in Giappone. Senza infamia e senza lode la regia di Luca Micheletti, poliedrica figura di regista, attore e baritono.
Ispirata alle tinte cupe che sin dalle prime esecuzioni la critica volle vedere nel libretto del Boccanegra, non è apparsa particolarmente innovativa, ma forse anche per questo è stata tutto sommato gradevole, senza disturbare l’ottima performance musicale, se non forse con la presenza ingombrante sulla scena della bambina, a rappresentare il travagliato passato di Maria: una scelta registica non nuova e non particolarmente espressiva a nostro giudizio. Il tratto forse più negativo sono state le scenografie, modeste e fredde, quasi metalliche, con il tema ricorrente del mare agitato simbolo dell’agitazione del potere che ritorna, dai pannelli ai gonfaloni, per tutta la durata dell’opera, risultando però più un noioso e trascurabile sfondo che un significativo leitmotiv. Apprezzabili i costumi, cronologicamente indefinibili, ma efficaci e piacevoli alla vista, se si eccettua qualche eccessiva concessione allo stile vittoriano nel corteo nuziale. Quanto al colore, il lungo applauso iniziale a sostegno dell’Orchestra e il lancio finale dei volantini, ormai divenuta un’abitudine in questo travagliato inizio di Stagione, hanno contribuito a creare un’atmosfera quasi ottocentesca, di un teatro luogo di vita sociale e politica, decisamente intonata a corollario di una sì celebrata esecuzione verdiana.