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Il latte dei sogni

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Alla sua prima esperienza con Pirandello a teatro, Silvio Orlando (al Teatro Toniolo di Mestre dal 3 al 6 marzo e al Teatro Verdi di Padova dall’11 al 15 marzo) sfiora con delicatezza e intelligenza tutte le complesse sfumature della tragica umanità di Ciampa ne Il berretto a sonagli, diretto da Andrea Baracco.
Quanta verità può sopportare un essere umano prima di esserne schiacciato?
Nato da una novella – La Verità – e trasformato in teatro (in siciliano prima, in italiano poi) nel 1917 per la compagnia di Angelo Musco, il testo, che si concentra sullo scandalo, sulla verità che sfugge e sulla follia come rifugio, è uno dei più intensi e moderni del drammaturgo. Il berretto a sonagli racconta la storia di Beatrice Fiorica, donna gelosa e insoddisfatta, che scopre il tradimento del marito con la moglie del suo scrivano Ciampa, e vuole denunciarlo. Ciampa – che sa, sa tutto, ma tollera la situazione perché ossessionato dall’apparire agli occhi degli altri – cerca di evitare la denuncia, tentando di persuadere la signora Beatrice a girare la corda “seria”, quella che fa ragionare ed evita gli scandali. Pirandello gli affida così una delle immagini più rappresentative della sua poetica: tutti sulla fronte abbiamo tre corde, come d’orologio: «la seria, la civile, la pazza». In mezzo alla fronte sta la civile, che serve a vivere in società, a destra c’è la corda seria, per parlare seriamente, a quattr’occhi, e a sinistra la corda pazza… quella che fa perdere il controllo. Beatrice però non ha alcuna intenzione di tacere, e fa scoppiare lo scandalo.

Le conseguenze saranno impreviste. Pirandello mette a nudo la fragilità del concetto di onore, che non ha niente a che vedere con la moralità ma è solo il riflesso di come gli altri ci vedono: Beatrice perde tutto perché pretende di vivere secondo un principio di verità; Ciampa sopravvive perché accetta di vivere nella menzogna. In questa nuova messa in scena, dove il salotto borghese diventa un ring, le parole sono fendenti e il riso si trasforma in angoscia, Silvio Orlando, affiancato da una «compagnia fantastica di teatranti veri» – Stefania Medri, Marta Nuti, Michele Eburnea, Davide Lorino, Francesca Farcomeni, Francesca Botti e Annabella Marotta – dà vita a un personaggio umile e profondo, che oscilla tra comicità amara e dolore lirico.
Pirandello stesso, in una delle lettere indirizzate ad Angelo Musco prima del debutto del 1917 al Teatro Nazionale di Roma, definì l’opera “nata e non scritta”: non un testo costruito a tavolino, ma “vivo”, in cui le dinamiche umane si svelano attraverso dialoghi che sono mosse d’anima più che semplici parole. Una commedia crudele e feroce, dove il confine tra riso e angoscia si dissolve e dove il “gioco” teatrale smaschera la complessità dei rapporti umani. La regia di Andrea Baracco, uno dei nomi più interessanti della scena teatrale italiana contemporanea, con mano sensibile e profonda si propone di restituire all’opera la sua energia originaria. La visione di Baracco non edulcora il testo, ma lascia emergere tensioni, sguardi incrociati, ambiguità di rapporti costruiti sull’apparenza. «Pirandello – nelle sue parole – non è autore per tempi di pace, ma di guerra. […] In tempi di guerra se la realtà chiama, Pirandello sa cosa rispondere; intravede la feroce e grottesca maschera di un mondo convulso e impazzito».