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Prima europea in prima assoluta della versione SPAC 2026: Mugen Noh Othello di Satoshi Miyagi arriva alla Biennale Teatro 2026 con una delle riscritture più radicali del canone shakespeariano. Il centro di gravità si sposta da Otello a Desdemona, attraverso il teatro noh del XIV secolo.
Venezia è la città da cui Otello parte. È il Senato che lo giudica, la potenza coloniale che lo manda a difendere Cipro dagli Ottomani, il luogo dove la “differenza” del Moro viene pesata e tollerata finché serve. La Serenissima è la città dell’ordine, e dell’esclusione. Portare Mugen Noh Othello di Satoshi Miyagi proprio qui non è una coincidenza geografica: è una torsione prospettica. Il pubblico della Biennale siede nella stessa città da cui Shakespeare fa partire Otello verso la sua rovina, e si trova – senza scampo – nella posizione del Senato. Ma Miyagi ribalta tutto. Nel mugen noh, forma teatrale giapponese del XIV secolo, non è Otello il protagonista: è il fantasma di Desdemona. Intrappolata tra la vita e la morte definitiva, la vittima racconta la propria storia ai vivi finché non riesce a liberarsene: un processo che è, in senso letterale, teatro come rituale per liberare l’anima. La struttura shakespeariana viene smontata e rimontata attraverso una forma pre-moderna che ne rovescia il centro di gravità: non Otello, non il potere, non la gelosia come motore tragico, ma il dolore di chi subisce. Il dispositivo scenico rafforza questa logica. Ogni personaggio è interpretato da due attori: uno si muove sulla scena, l’altro è seduto sul lato destro e pronuncia il testo. Corpo e voce separati, come se l’interiorità non riuscisse a coincidere con il gesto, una dissociazione che nel mugen noh è struttura drammaturgica e di cui Miyagi si serve per dare a Desdemona una presenza doppia, corporea e spettrale insieme. Regista nato a Tokyo, direttore artistico dello SPAC – Shizuoka Performing Arts Center dal 2007, Miyagi è una delle figure più rilevanti del teatro internazionale contemporaneo. Il suo metodo fonde noh, kabuki e bunraku con la tecnica fisica del maestro del teatro giapponese Tadashi Suzuki, e lo ha portato sui palcoscenici di tutto il mondo: dal Festival d’Avignone all’Edinburgh International Festival, dalla Comédie-Française al Lincoln Center di New York. Ha firmato adattamenti di Shakespeare, Sofocle, Ibsen e Mishima costruendo un linguaggio che non illustra i testi occidentali, ma li abita dall’interno, con una sensibilità radicalmente altra. Mugen Noh Othello debuttò nel 2005 con la compagnia Ku Na’uka, ha girato New Delhi e New York registrando sold out e arriva a Venezia in prima europea nella nuova versione SPAC 2026. Una delle tragedie più emblematiche del canone occidentale, vista da fuori, diventa straniera a se stessa. È esattamente quello che Willem Dafoe intende con Alter Native: la mancanza di familiarità come condizione per riscoprire le origini del teatro.