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Il gioco della legge

Daniele Finzi Pasca e Melissa Vettore raccontano Prima Facie
di Chiara Sciascia

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Intervista a Melissa Vettore e Daniele Finzi Pasca su Prima Facie, il celebre monologo della drammaturga australiana Suzie Miller che ha conquistato i palcoscenici internazionali. L’attrice e il regista raccontano la versione italiana dello spettacolo, in scena al Teatro Verdi di Padova il 31 marzo.

C’è un momento, ogni sera, in cui il respiro della sala cambia. Succede quando Tessa – brillante avvocata penalista, donna che ha costruito la sua carriera difendendo il sistema – si trova dall’altra parte. Quando il tribunale che conosceva a memoria diventa il luogo in cui deve provare ciò che le è accaduto. Quando scopre che la giustizia ha due linguaggi: uno per chi accusa, uno per chi subisce. Prima Facie, il testo della drammaturga australiana Suzie Miller che ha scosso il teatro contemporaneo internazionale, è questo: novanta minuti in cui una donna sola in scena fa crollare le certezze di un sistema che dovrebbe proteggerla.
Oltre il teatro, Prima Facie si è infiltrato nel sistema – per usare le parole della stessa Miller – cambiando leggi, protocolli, coscienze. Tradotto in 20 lingue, rappresentato in 48 Paesi, ha generato un movimento globale che ha portato l’autrice fino all’ONU. Ovunque arrivi, lascia una scia: dibattiti, lettere, cambiamenti.
A portare questo testo fondamentale in Italia non poteva esserci interprete più adatta di Melissa Vettore e regista più necessario di Daniele Finzi Pasca. La Compagnia Finzi Pasca – che ha incantato migliaia di spettatori al Teatro Goldoni durante la scorsa stagione estiva con Titizé – è nota per il suo “Teatro della Carezza”, una poetica della delicatezza e del gesto invisibile che trasforma ogni spettacolo in un’esperienza emotiva unica.
Melissa Vettore, attrice italo-brasiliana che ha già dato corpo a icone femminili, affronta questo monologo con il suo compagno come regista. Una vulnerabilità doppia: esporre il proprio corpo e la propria voce davanti a chi ti conosce meglio di tutti, costruire insieme un equilibrio tra protezione reciproca e necessità artistica di spingersi fino al limite. Daniele Finzi Pasca, maestro della luce e della scenografia emotiva, ha inventato con lo scenografo Matteo Verlicchi un dispositivo scenico che rende visibile l’invisibile: il senso di impotenza, la prevaricazione, l’urlo soffocato. Le musiche di Maria Bonzanigo completano questo universo poetico, accompagnando la traiettoria emotiva di Tessa.
In scena per un’unica serata al Teatro Verdi, il 31 marzo, nell’ultimo giorno del mese dedicato alla Donna, ben oltre la retorica delle mimose, Prima Facie racconta una storia che forse non consola, ma accende la fiamma del cambiamento.

Prima Facie è un fenomeno mondiale – due premi Olivier, tournée in oltre 40 Paesi, Jodie Comer sul palco del West End. Poteva sembrare un rischio portarlo in Italia: un lavoro così celebre, così associato a una performance specifica. Come ci si avvicina a un testo di questo calibro senza sentire il peso di ciò che è già stato?
Melissa Vettore: Sì, è vero: Prima Facie è un testo di fama mondiale che ha portato alcune attrici ad un livello di riconoscimento straordinario grazie alle loro interpretazioni. In totale, è stato messo in scena in più di 48 Paesi e tradotto in più di 20 lingue, diventando così un fenomeno internazionale del teatro contemporaneo. Ed è proprio questa internazionalità che mi ha colpita fin dall’inizio. Da quando lavoro con la Compagnia Finzi Pasca, interpreto in diverse lingue – italiano, spagnolo, francese, inglese – mentre il portoghese è la mia lingua madre; per questo, sento una forte identificazione con l’interculturalità che Prima Facie rappresenta. La realtà è che mi sento molto onorata di essere portavoce della versione in lingua italiana.
Daniele Finzi Pasca: Con umiltà, incoscienza, mettendoci il cuore. Ho cercato di cucinare questo spettacolo usando combinazioni di spezie che mi ricordassero casa. A Roma, dopo il debutto, l’abbraccio di Suzie Miller mi ha reso felice.

Prima Facie, ph. Viviana Cangialosi

“Prima facie” è il principio su cui si regge l’accusa in un processo: se le prove sembrano sufficienti a prima vista, si va a giudizio. Ma nello spettacolo questo stesso principio si trasforma in trappola – perché “a prima vista” una vittima di stupro che non ha lividi, che conosceva l’aggressore, che ha bevuto, non sembra una vittima. Come avete lavorato su questo rovesciamento, su questa espressione che inizialmente promette giustizia e poi la nega?
M.V. Buona domanda. Abbiamo lavorato per lasciare lo spettatore immerso in questa contraddizione: tra ciò che accade nella vita quotidiana delle persone e ciò che poi viene raccontato in tribunale, al servizio di un sistema legale in cui l’applicazione di determinate norme dipende da vari aspetti della situazione. C’è sempre qualcosa di eticamente delicato nell’interpretazione della legge, ed è proprio questo che Suzie Miller è riuscita ad affrontare, lo scarto tra la realtà vissuta e la sua rappresentazione in tribunale, quello che lei chiama il gioco della legge. Miller dice apertamente: «Questa non è la vita, è il gioco, il gioco della legge».
D.F.P. Abbiamo inventato con lo scenografo Matteo Verlicchi una sorta di bilanciere che permette a Melissa di “danzare” sulla scena in modo emotivamente potente: l’angoscia, la prevaricazione, il dolore, e l’urlo soffocato. È uno strumento che evoca il senso di impotenza e la violenza dello stupro in modo sorprendente senza mai essere esplicito.

Il fatto che lo spettacolo sia stato realizzato in 48 Paesi nel mondo purtroppo significa che in tutti questi luoghi, pur con culture molto diverse, le donne affrontano lo stesso problema

Suzie Miller racconta che tre giorni dopo il debutto londinese di Prima Facie un giudice la chiamò per dirle che aveva riscritto durante la notte le istruzioni alle giurie nei processi – e in Irlanda del Nord guardare un video dello spettacolo è diventato obbligatorio per i giudici prima di presiedere un processo per stupro. Miller parla di “arte che si infiltra nel sistema”. Portare questo spettacolo in Italia è anche un atto di pressione – consapevole o meno – su un sistema giudiziario e culturale che ancora fa molta fatica a misurarsi con questi temi?
M.V. Quando ho saputo di Prima Facie ho subito voluto portarlo in scena, proprio perché tutti i paesi cominciano ad avere la sua versione, è un movimento globale. Mancava l’Italia. L’autrice, che è venuta a vederci alla prima a Roma, ha detto quanto anche lei sia rimasta sorpresa da tutto questo. Quando l’arte incontra un tema così importante per la società, sentiamo lo spettatore molto presente, e il teatro acquista una forza enorme.
Sento questo sul palco. Il fatto che lo spettacolo sia stato realizzato in 48 Paesi nel mondo – dall’Australia alla Cina, dalla Francia al Brasile, dalla Turchia all’Islanda…– purtroppo significa che in tutti questi luoghi, pur con culture molto diverse, le donne affrontano lo stesso problema. E questo vuol dire che è arrivato il momento di dare priorità a temi come l’educazione affettivo-sessuale, il femminicidio, la violenza sessuale.
L’arrivo di Prima Facie alimenta e amplia il dibattito in Italia e nella Svizzera italiana, dove c’è grande interesse ad affrontarlo. Sento che la società italiana non accetta ciò che capita alle donne e desidera cambiamenti.
D.F.P. Credo che oltre alle lacune e ai limiti dei nostri sistemi giuridici si debba operare una profonda trasformazione culturale. Noi uomini dobbiamo riconoscere che il linguaggio delle nostre sorelle, delle nostre amiche, mogli, figlie è diverso dal nostro. Il “no” di una donna è espresso in modo diverso dal nostro. Dobbiamo imparare ad ascoltare ciò che viene detto anche quanto viene appena sussurrato. Chi conosce le regole e i meccanismi che regolano la giustizia deve occuparsi di migliorarli, noi con le storie dobbiamo costruire un mondo più delicato ed empatico.

Portare in scena un testo che parla di violenza, di corpo, di vulnerabilità estrema, con il proprio compagno come regista. Melissa, come si espone completamente davanti a chi la conosce meglio di tutti? E Daniele, come si dirige qualcuno che si ama quando il lavoro richiede di spingerlo fino al limite?
M.V. Devo essere sincera… non è stato facile entrare in certe scene. Affrontare certe intimità, anche se appartengono al personaggio, significa mettersi a disposizione di sentimenti dolorosi. Con Daniele non è stato difficile, lui è molto delicato e mi piace provare tecnicamente per raggiungere la sua visione.
Il primo “tuffo” nel testo riguardo all’intimità l’ho fatto con l’assistente alla regia, Ilaria Cangialosi; essendo anche una donna, in quella fase ho superato alcune barriere. Leggevamo e parlavamo, lasciando affiorare i ricordi di situazioni difficili che tutte noi donne viviamo.
Quando siamo entrati in teatro, sono stata per un paio di giorni un po’ timida verso la troupe e i tecnici – una timidezza naturale – che però ho superato subito, perché sono stati estremamente attenti e premurosi. Poi è arrivata la parte in cui Daniele e Matteo Verlicchi hanno introdotto la scenografia, e le difficoltà fisiche sono aumentate… Come recitare il testo e girare le scene di violenza che si muovono senza controllo?
Così ho dovuto superarmi di nuovo, e lì Daniele ha dovuto avere pazienza. È molto geniale nelle sue creazioni, e abbiamo dovuto trovare un equilibrio affinché in scena si potesse percepire quella mia vulnerabilità. È certamente una delle scene più forti dello spettacolo, proprio per il modo in cui Daniele racconta le storie: molto originale e poetico.
D.F.P. Ci vuole virtuosismo, eleganza, potenza e forza per interpretare questo ruolo. Melissa possiede tutte queste caratteristiche. I limiti si superano un passo dopo l’altro, come quando si decide di affrontare vette complicate, spedizioni complesse. Melissa è un’acrobata delle parole. È stato facile.

Prima Facie, ph. Viviana Cangialosi

Un monologo di novanta minuti senza un secondo di pausa, senza un altro attore a cui appoggiarsi, senza la rete del dialogo. Il corpo di Tessa deve reggere tutto: il processo, il trauma, il crollo. Come si allena, fisicamente e mentalmente, a tornare in quel posto ogni sera?
Melissa Vettore: Anche con tutte le difficoltà tecniche, come attrice provo un grande piacere nell’avvicinarmi alla traiettoria di questo personaggio.
Mi immagino mentre racconto una storia, mi concentro sui primi passi, e poi il flusso dello spettacolo mi conduce. Mi preparo studiando il percorso di Tessa, esercitandomi fisicamente e facendo esercizi di voce. Nel linguaggio di Daniele il corpo è il vero conduttore, è sul mio corpo che posso appoggiarmi in scena.

Ha già interpretato figure femminili devastate dalla vita, da Camille Claudel a Isadora Duncan, fino a Carmen. Ma Tessa è diversa: è una donna del presente, non un mito. Questo come cambia il suo approccio all’interpretazione?
Melissa Vettore: Quello che mi appassiona in questi personaggi è che sono donne in contraddizione, che mentre cercano di superare le proprie difficoltà stanno aprendo porte per altre donne. Camille Claudel mi ha insegnato la forza di credere nella propria qualità di artista donna. Isadora Duncan ha combattuto per la libertà del corpo, per un’idea di bellezza che non fosse consumata come oggetto di desiderio, ma vissuta come simbolo di appartenenza e libertà individuale.
Con Tessa seguiamo il percorso di una donna che ha lottato per entrare nel sistema e poi ha completamente cambiato opinione: un vero atto di coraggio. Il fatto che lei si senta in contraddizione con i suoi ideali, e nonostante tutte le difficoltà si conceda di cambiare idea, permette al pubblico di avere una visione molto più ampia dei fatti. Questo richiede un’interpretazione in cui devo pormi più vicina alle persone, non solo in veste di personaggio ma facendomi portavoce di un’esperienza umana che risuona profondamente nella società.

Il nostro teatro cerca di far nevicare sulle ferite. Siamo clown, gli stessi che popolano i drammi di Shakespeare, ci fingiamo ingenui poeti dell’assurdo

Tessa inizia lo spettacolo padrona della scena, brillante, ironica, invincibile. E poi va in pezzi, davanti a tutti, in tempo reale. C’è un momento preciso in cui ogni sera sente la sala trattenere il respiro, in cui percepisce che il pubblico ha smesso di guardare uno spettacolo e ha cominciato a stare dentro qualcosa? Come si abita quel momento dal palco?
Melissa Vettore: Sì, avverto esattamente questo: a un certo punto il pubblico cambia respiro, e condividiamo una certa tenerezza in quel momento. Diventiamo amici, vicini di casa, testimoni di una stessa società dove un giorno ti senti felice di aver vinto qualcosa e il giorno dopo ti senti abbandonata. Cerco di abitare quel momento con tutta me stessa, condividendo con il pubblico la bellezza di dubitare di sé, anche quando questo significa perdere, per poi, magari, riuscire a trovare una voce vera, “la tua voce”.
La fine dello spettacolo è grandiosa: la musica di Maria Bonzanigo è delicata ed esplosiva allo stesso tempo, i costumi di Giovanna Buzzi, i video di Roberto Vitalini, l’illuminazione di Daniele e la scenografia di Matteo entrano in totale sintonia, e il pubblico applaude come se stesse assistendo a uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio. Un’emozione enorme.

Daniele, lei ha dichiarato di non voler «toccare la bellezza dell’impianto drammaturgico» di Suzie Miller. Eppure la regia non è assenza; è scelta di spazio, di luce, di ritmo, di silenzio. Come si accompagna un testo così potente senza sovrastarlo?
Daniele Finzi Pasca: Vengo da una famiglia di fotografi, così quando immagino un impianto registico parto sempre dalla luce. In questo spettacolo la luce crea spazi reali e immaginari, scolpisce il vuoto e danza attorno a Melissa.
È un testo molto musicale, una scrittura sincopata che ho dilatato nei silenzi. Ho cercato di offrire a Melissa un mondo che si muove attorno a lei, creando piccole e grandi sorprese, una specie di coreografia degli oggetti che sembrano animati da una coscienza propria creando stupore. La musica, come sempre nei miei spettacoli, gioca un ruolo fondamentale: in questo caso è un tappeto sul quale a piedi scalzi Melissa trova un selvaggio equilibrio, e a volte la porta addirittura in volo, come se fosse seduta su di un tappeto volante.

Prima Facie, ph. Viviana Cangialosi

La vostra compagnia è nota per il “Teatro della Carezza”: una poetica della delicatezza, del gesto invisibile, di una bellezza che si insinua dove le parole non arrivano. Prima Facie è invece un testo che urla, che accusa, che sbatte il sistema in faccia al pubblico. Alcuni potrebbero dire che sono due mondi inconciliabili. Lei come risponde a questa obiezione, e cosa succede quando la carezza incontra la rabbia?
Daniele Finzi Pasca: È un testo potente che mostra in modo lucido le contraddizioni di un sistema nel quale crediamo, ma che presenta criticità enormi. Non è un testo urlato, la Miller ci prende per mano dimostrandoci che le cose devono cambiare. Per noi “Teatro della Carezza” significa prima di tutto studio dell’empatia. La densità di certi temi, il dolore di certe storie li affrontiamo con la potenza evocativa della leggerezza, il nostro teatro cerca di far nevicare sulle ferite. Siamo clown, gli stessi che popolano i drammi di Shakespeare, ci fingiamo ingenui poeti dell’assurdo.

Ha curato cerimonie olimpiche per milioni di spettatori e spettacoli essenziali per poche centinaia. Cosa cerca Daniele Finzi Pasca nel teatro, in fondo, che non trova altrove?
Daniele Finzi Pasca: Tra poche settimane inizierà la tournée internazionale di Icaro, uno spettacolo che interpreto ininterrottamente da trentacinque anni. È uno spettacolo piccolo, piccolo, per un solo spettatore… un progetto drammaturgico che racconta tutta la filosofia e l’etica del teatro che per tanti anni ha tenuto insieme il nostro gruppo di creatori. Paradossalmente Guy Laliberté, il fondatore del Cirque du Soleil, mi chiamò a dirigere la loro Compagnia dopo aver visto Icaro. Sono un uomo di teatro e amo l’artificio, le macchine sceniche, i giochi di magia, gli attori sospesi a fili invisibili e allo stesso tempo adoro l’arte di chi riesce con semplicità ad aprire il cuore degli spettatori.

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