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Nel centenario della sua fondazione, la Martha Graham Dance Company arriva al Teatro La Fenice dal 6 al 10 maggio con cinque repliche, portando un programma che intreccia repertorio storico e nuova creazione
«Humors of innocence, garlands, evangels, Joy on the Wilderness Stairs, diversion of angels…» sono i versi di Ben Belitt che ispirarono Martha Graham nella prima delle sue creazioni che vedremo alla Fenice, Diversion of Angels, il cui titolo originale era Wilderness Stairs – Passatempo degli Angeli, Le Scale del Deserto. Ma, come scrive nella sua autobiografia Memorie di sangue, i colori vennero da un suo incontenibile stupore nel guardare le tele di Kandinskij: bianco l’amore maturo, giallo quello adolescenziale, rosso la passione erotica.
La coreografia è del 1948, dopo il famosissimo ciclo che lei aveva dedicato alla mitologia greca – Cave of the Heart, Errand into the Maze e Night Journey. Martha Graham e il suo «la danza è il linguaggio dell’anima», icona della modern dance, anche se lei ha sempre sostenuto che sia stata inventata da Ruth St. Denis e Ted Shawn, ha in realtà attraversato tutto il percorso della storia del secolo scorso, reinterpretandolo con la sua arte.

Dalle origini con la compagnia Denishawn, il melodramma inca Xochitl (1920), con i movimenti paratattici mutuati da Nijinsky, fino ad approdare alla sua tecnica di contrazione e rilascio e alla famosa spirale, in aperta ribellione agli schemi della danza classica in pieno periodo della Grande Depressione – vedasi Heretic (1929). Di questa fase è il secondo brano in programma, Lamentation (1930). Seduta su una panca con il corpo interamente avvolto in un mantello viola, solo mani e di Loris Casadei piedi visibili, il viso inespressivo: sofferenza solitaria tesa a liberarsi ma inutilmente, la danzatrice mette in scena un dolore senza altri aggettivi. Sarà ripreso da Alwin Nikolais in Noumenon (1953).
Del periodo di denunce, ma anche di grandi speranze della presidenza Roosevelt, è invece il terzo brano, Chronicle (1936). Concepita nell’anno in cui il fascismo mostrava il suo volto più scoperto, Chronicle nasce da una presa di posizione precisa: all’inizio di quello stesso 1936, Graham aveva rifiutato l’invito a partecipare alle Olimpiadi di Berlino, dichiarando pubblicamente di non potersi identificare con un regime che perseguitava gli artisti – e che molti membri del suo gruppo non sarebbero stati benvenuti in Germania. La coreografia non rappresenta la guerra direttamente, ma ne evoca il preludio fatale e la devastazione spirituale che lascia dietro di sé.

Chiude la serata En Masse, nuova creazione firmata da Hope Boykin, coreografa formatasi e a lungo attiva nell’Alvin Ailey American Dance Theater. Commissionata per celebrare il centenario, la coreografia riprende una collaborazione mai realizzata tra Graham e Leonard Bernstein, risalente alla fine degli anni Ottanta. Durante le ricerche d’archivio, la Leonard Bernstein Organization ha ritrovato un breve brano sconosciuto, Vivace, ritenuto composto da Bernstein per Graham: su questa traccia Christopher Rountree ha costruito la partitura di En Masse, espandendola e intrecciandola con estratti da MASS dello stesso Bernstein. Nella biografia già menzionata, Graham scrive: «C’è una citazione della Genesi che recito ai ballerini: “I figli di Dio videro che le figlie dell’uomo erano tutte belle”. Voi siete figli di Dio – dico loro – tutti voi siete angeli. La danza ha seguito la via della pittura e dell’architettura moderna, rifiutando il puro decorativismo. La danza non deve essere graziosa, ma vera».