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Il Re senza pace

Antoine Fuqua firma il biopic su Michael Jackson
di Alberto Marzari

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Dal 22 aprile in sala la vita e la carriera impareggiabile di un’icona che ha cambiato per sempre la musica mondiale di ogni tempo.

Il mito e l’ombra, il genio e la ferita. Il biopic su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua e intitolato semplicemente Michael, nasce con un obiettivo ambizioso: raccontare una delle figure più decisive e contraddittorie della cultura pop contemporanea senza ridurla a slogan, né a santino né a mostro. Un’impresa complessa, quasi inevitabilmente imperfetta, perché la vita di Jackson è stata un eccesso continuo, una sovrapposizione costante di successo assoluto e fragilità estrema.
Fuqua affronta il materiale con uno sguardo muscolare ma partecipe. Il film segue un percorso cronologico che parte dall’infanzia nei The Jackson 5, dove il talento precoce convive con una disciplina ferrea e spesso violenta, e arriva fino agli ultimi anni segnati dall’isolamento, dalla dipendenza e dalla pressione di un ritorno sulle scene che appare sempre più come una condanna. In mezzo, l’ascesa vertiginosa: il successo planetario, la nascita di una nuova idea di pop star, la trasformazione del concerto in evento globale.
La regia insiste molto sul corpo, inteso come strumento e come prigione. Il corpo che danza, che ipnotizza, che detta mode e movimenti, ma anche il corpo che si modifica, si consuma, diventa oggetto di sguardi, sospetti, ossessioni. In questo senso, la metamorfosi fisica di Jackson non è trattata come semplice curiosità biografica, bensì come metafora di un’identità in continua fuga. Il volto che cambia diventa il segno visibile di un tentativo disperato di sottrarsi a un’immagine che il mondo pretende immutabile.
Naturalmente, la musica è il cuore pulsante del film. Le sequenze dedicate alla creazione e all’esecuzione dei brani più celebri, su tutti l’epocale Thriller, sono ricostruite con grande attenzione formale. Fuqua sottolinea il carattere rivoluzionario dei videoclip, trattandoli come veri cortometraggi che hanno cambiato il rapporto tra suono e immagine. Il montaggio, in questi momenti, accelera e si fa euforico, restituendo la sensazione di un artista che vive solo quando è in movimento.

Ma Michael è anche un film sulla solitudine. Dietro le folle oceaniche e i record di vendita, il racconto scava nella difficoltà di Jackson a costruire relazioni autentiche, nel suo desiderio di un’infanzia mai avuta, nel bisogno quasi patologico di essere amato. Le controversie giudiziarie e mediatiche vengono affrontate senza compiacimento: Fuqua evita il tono dell’inchiesta e preferisce mostrare l’effetto devastante del processo mediatico, la macchina del sospetto che stritola tutto ciò che incontra. Eppure, per comprendere davvero la portata del film, bisogna allargare lo sguardo all’impatto globale di Jackson. Non è stato soltanto un cantante di straordinario successo: è stato un fenomeno culturale capace di attraversare confini politici, linguistici e razziali. Negli anni Ottanta e Novanta la sua musica ha contribuito a ridefinire l’industria discografica, trasformando il videoclip in un linguaggio dominante e aprendo la strada a generazioni di artisti. La sua presenza su MTV ha avuto un valore simbolico enorme, incrinando barriere e ampliando la rappresentazione degli artisti afroamericani in un circuito mainstream fino ad allora chiuso. Jackson ha influenzato la moda, la danza, l’immaginario collettivo. Il moonwalk è diventato gesto universale, imitato nei cortili delle scuole come sui palchi dei talent show. I suoi concerti hanno ridefinito l’idea stessa di spettacolo dal vivo, anticipando la dimensione ipertecnologica delle tournée contemporanee. E anche dopo la morte, il suo repertorio continua a essere riscoperto, campionato, reinterpretato.

Il film di Fuqua prova a restituire anche questo: la sensazione di trovarsi davanti a un artista che non appartiene solo alla cronaca, ma alla memoria condivisa di intere generazioni. Michael non assolve e non condanna, osserva. E nel farlo restituisce il ritratto di un uomo che ha cambiato per sempre la musica pop, pagando quel cambiamento con una vita esposta, deformata, consumata dallo sguardo del mondo. Un biopic che non cerca la santificazione né la condanna, ma un fragile equilibrio. E che ricorda, tra una nota e un silenzio, quanto possa essere solitaria la vetta del mondo.

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