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Il 26 aprile al Candiani di Mestre arriva un creatore di ponti musicali tra culture in dialogo tra loro, molto più di un concerto…
C’è un modo di suonare il pianoforte che non ha nulla di accademico, che non cerca la perfezione ma l’energia. È il modo di Omar Sosa, e il 26 aprile al Centro Culturale Candiani di Mestre il suo concerto si preannuncia come qualcosa che va oltre la semplice esecuzione musicale. Inserito nella rassegna di Veneto Jazz, l’appuntamento non è soltanto una tappa di calendario: è un incontro ravvicinato con un artista che da oltre trent’anni costruisce ponti sonori tra Africa, Caraibi, Europa e America. Nato a Camagüey, cresciuto tra percussioni e tradizione afro-cubana, Sosa ha trasformato il pianoforte in uno strumento narrativo, capace di evocare ritualità antiche e paesaggi urbani contemporanei nello stesso respiro, come se il tempo non fosse mai lineare ma circolare. Chi ha già assistito a un suo live lo sa: non esiste scaletta rigida, non esiste distanza tra palco e platea. Sosa entra in scena quasi in punta di piedi, poi lentamente accende il suono. Una cellula ritmica si ripete, si stratifica, si dilata. Le mani diventano percussione, le tastiere si intrecciano all’elettronica, la voce si insinua come un richiamo ancestrale.
È un concerto che si ascolta con il corpo prima ancora che con l’orecchio, un’esperienza fisica prima che intellettuale, in cui il pubblico è chiamato a lasciarsi attraversare dalla musica. A Mestre porterà anche le suggestioni di Sendas, lavoro per pianoforte solo che riflette su memoria, spiritualità e guarigione. Ma più che i brani in sé, conta il viaggio. Ogni performance di Sosa è diversa dalla precedente: improvvisa, ascolta lo spazio, reagisce all’energia della sala, accetta l’imprevisto come parte integrante del racconto. Il Candiani, con la sua dimensione raccolta e la vicinanza tra musicista e pubblico, potrebbe rivelarsi il luogo ideale per questa immersione sonora, dove ogni sfumatura diventa percepibile e ogni silenzio pesa quanto una nota. C’è qualcosa di profondamente umano nel suo modo di stare sul palco. Sosa non si impone, non domina: dialoga. Con lo strumento, con la sala, con chi ascolta. La sua musica sembra nascere da un gesto di ascolto prima ancora che di espressione, come se ogni suono fosse una risposta a ciò che accade intorno. È anche per questo che i suoi concerti hanno spesso una dimensione quasi rituale, sospesa, in cui il tempo sembra rallentare. In un momento storico in cui molta musica dal vivo tende alla riproduzione fedele del disco, Sosa sceglie il rischio. Sceglie l’istante. Il suo jazz è musica che chiede attenzione, presenza, ascolto profondo. Quando Omar Sosa suona, non sta semplicemente eseguendo musica: sta creando uno spazio condiviso in cui culture lontane si incontrano e diventano una cosa sola. E in quella fusione, per un’ora e mezza, il mondo sembra davvero un po’ più vicino.