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Dal 20 al 22 marzo al Teatro Goldoni Franciscus, l’assolo di Simone Cristicchi che rilegge la figura del santo di Assisi attraverso un racconto teatrale e musicale lontano dalla santificazione.
Simone Cristicchi ha costruito la propria carriera su una paradossale forma di coerenza: essere popolare senza essere semplice. Dalla vittoria a Sanremo con Ti regalerò una rosa agli spettacoli teatrali su Mussolini, sui manicomi, sulla felicità, ogni progetto sposta il confine un po’ più in là, senza mai perdere il filo diretto con il pubblico. Franciscus, in scena al Teatro Goldoni dal 20 al 22 marzo, è forse il suo tentativo più ambizioso in questa direzione: raccontare Francesco d’Assisi senza santificarlo, anzi servendosene come punto di attrito con il presente.
Prodotto con il Centro Teatrale Bresciano nel 2023, lo spettacolo è un audace assolo che continua a collezionare sold-out in tutta Italia. Un solo corpo in scena, una ventina di personaggi, una storia avanza per frammenti e voci sovrapposte. Cristicchi interpreta tra gli altri Cencio, stracciaiolo girovago inventore di una lingua tutta sua, osservatore critico e straniante del cammino di Francesco. È la mossa drammaturgica più riuscita: introdurre uno sguardo basso, sghembo, che incrina ogni tentazione agiografica e restituisce al santo la sua dimensione più scomoda – quella di un uomo in crisi, consumato dal dubbio, che imparava facendo e si perfezionava incontrando. Uno che non possedeva risposte, ma insisteva con le domande.

Le domande sono il vero motore dello spettacolo. La scelta della povertà assoluta, il rifiuto della proprietà, la cura per gli ultimi e la vita in armonia con il creato sono posizioni che nel XIII secolo fecero di lui un sovversivo, e che oggi, nel frastuono di una società piagata da una crisi climatica e da una disuguaglianza sociale crescente, suonano meno mistiche e più politiche di quanto si vorrebbe ammettere.
Cristicchi non predica – e questo è il suo pregio principale – ma lascia che le contraddizioni restino tali, affidate anche alle canzoni scritte con la cantautrice Amara, che rilanciano l’azione su un piano emotivo diverso, spostando il registro senza interrompere il flusso.
C’è poi una dimensione che lo spettacolo lascia emergere quasi di sottecchi, e che forse è quella più potente: il labile confine tra follia e santità. Francesco non è mai del tutto distinguibile dal pazzo – e Cencio, con il suo sguardo storto e la sua lingua inventata, è lì proprio a ricordarcelo. È un equilibrio instabile, quello tra estasi e delirio, tra visione profetica e alienazione, che Cristicchi tiene in tensione senza mai scioglierlo. Un rivoluzionario che parlava agli uccelli, e che forse per questo continua a dare fastidio.
A completare il progetto, il libro scritto con Simona Orlando e pubblicato da Baldini+Castoldi, che approfondisce il percorso di ricerca alla base dello spettacolo.