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Il latte dei sogni
Un paradiso fragile, da riscoprire nel presente. Con “Paraíso, hoje.”, il Portogallo trasforma il Fondaco Marcello in un paesaggio sospeso tra realtà e immaginazione, invitando a riflettere sul legame profondo tra architettura, territorio e collettività.
Curato da un team formato da Paula Melâneo, Pedro Bandeira e Luca Martinucci, con la collaborazione di Catarina Raposo e Nuno Cera, il progetto si articola in due percorsi paralleli. Da un lato un’installazione immersiva, fisica e digitale, propone un’esperienza multisensoriale che intreccia suono, immagine e spazio, restituendo la complessità della costruzione culturale del paesaggio. Dall’altro un Atlante di immagini – esito di un’azione partecipativa che ha coinvolto il pubblico – raccoglie visioni, opere e luoghi che raccontano il territorio portoghese attraverso temi come esperienza, rigenerazione, svago, coltivazione, simulacro. Siamo entrati nel Paraíso, hoje. per capire come l’architettura sia in grado di leggere le trasformazioni in atto e di orientare nuove forme di responsabilità collettiva.
Partiamo dalla definizione di “paradiso”, che il Padiglione esplora criticamente e provocatoriamente. Quale l’idea astratta da cui siete partiti? E quale l’elemento concreto che vi ha spinto a questa analisi su scala nazionale allargata?
Il termine “paradiso” nella sua etimologia designa un giardino recintato, ordinato, separato dal disordine del mondo. Oggi quel recinto sembra svanito. Anzi, peggio, si è trasformato in un perimetro illusorio, in uno scenario artificiale dove la promessa di benessere convive con una realtà segnata da crisi ecologiche, disuguaglianze crescenti e trasformazioni irreversibili del territorio. Il progetto nasce da una domanda provocatoria: «Se la Natura è il Paradiso, a cosa serve l’architettura?». Da qui abbiamo voluto de-costruire l’idea di paradiso come luogo ideale e inattaccabile, per restituirlo in quanto struttura mobile, ambivalente, attraversata da tensioni politiche, affettive e spaziali. Un dispositivo critico che si muove tra utopia e simulacro, tra desiderio collettivo e narrazione individuale. In Portogallo questa ambiguità è particolarmente visibile: le coste luminose e le immagini patinate del turismo convivono con speculazione, erosione del suolo, sfruttamento. L’interno del Paese, nel frattempo, si sta svuotando lentamente di voci e presenze. Lontano da un’utopia armonica, Paraíso, hoje. osserva l’architettura come agente culturale e collettivo, capace – forse – di farsi strumento per un’idea di abitare più consapevole, critica e generosa.

Con quali strumenti avete analizzato il territorio naturale, costruito e sociale del Portogallo? E quali evidenze avete privilegiato per costruire l’Atlante programmatico di Paraíso, hoje.?
Abbiamo scelto di non applicare filtri disciplinari rigidi, né le griglie convenzionali dell’urbanistica. Ci siamo piuttosto avvicinati al territorio con uno sguardo che potremmo definire cinematografico, leggendo il paesaggio come un palinsesto vivo, dove si sedimentano memorie, conflitti, tensioni, desideri. Da questa disposizione sono nati due percorsi paralleli e complementari: la Macchina-Dispositivo e l’Atlante. Per costruire l’Atlante abbiamo coinvolto fotografi che operano da anni in Portogallo, chiedendo loro di riaprire i propri archivi alla ricerca di immagini capaci di evocare, direttamente o per affinità poetica, un’idea possibile di paradiso. Questo dialogo con chi osserva, sintetizza e rappresenta il territorio è stato per noi il primo gesto fondativo: ci ha permesso di costruire all’interno del gruppo curatoriale un alfabeto comune, una grammatica visiva condivisa. Parallelamente, abbiamo lanciato una open call aperta a tutti per raccogliere uno sguardo trasversale e spontaneo sul significato e il desiderio di paradiso. Il materiale raccolto non propone progetti o soluzioni, ma compone una costellazione visiva fatta di analogie, risonanze e discrepanze. L’Atlante non è un’opera conclusa, ma un dispositivo in divenire. Il primo volume – Atlante N1 – raccoglie oltre 700 immagini, prive di didascalie. I testi e l’indice analitico sono contenuti in un fascicolo separato, proprio per lasciare alle immagini la libertà di dialogare tra loro senza gerarchie né spiegazioni. Abbiamo invitato tre autori – António Guerreiro, Nuno da Luz, Maria Manuel Oliveira – a contribuire con le loro riflessioni, che non accompagnano, ma creano dissonanza, aprendo prospettive ulteriori sul tema. Parallelamente, abbiamo intervistato quattro architetti paesaggisti – João Nunes, João Gomes da Silva, Aurora Carapinha e Luís Paulo Faria Ribeiro – la cui visione contribuisce a leggere, e forse a prevedere, il destino del paesaggio portoghese. Infine con Catarina Raposo e Nuno Cera abbiamo disegnato una mappa di luoghi capaci di essere al contempo generici e specifici: generici, per non essere identificabili come unici; specifici, per incarnare quell’ambiguità sensibile che definisce oggi il paesaggio portoghese. Questi luoghi sono stati filmati da Nuno e campionati per nutrire il sistema visivo della “macchina”.

L’opera filmica che presentate come colonna portante del vostro progetto alterna visioni poetiche a visioni drammatiche, suscitando un forte impatto emotivo. Quale profilo operativo emerge dello status quo del Portogallo? E quali prospettive si aprono con urgenza da questa analisi?
Il dispositivo è parte integrante dell’allestimento. Quella che chiamiamo “macchina sensibile” è un sistema che reagisce alla presenza del visitatore trasformando ogni visita in un’esperienza unica. L’osservatore diventa attore: il suo sguardo, il suo corpo innescano un dialogo vivo con lo spazio e le immagini. I video, girati da Nuno Cera in diversi territori del Portogallo, mostrano paesaggi reali, riconoscibili, talvolta già compromessi. A questi si sovrappone una trasformazione digitale generativa, a cura di 18—25 Research Studio, che ne altera le sembianze attraverso l’intelligenza artificiale. I paesaggi che emergono – utopici, distopici, poetici, inquietanti – sono sempre attraversati da una tensione critica, spesso mitigata da una leggera ironia, che si sottrae a una mera condanna moralista invitando piuttosto ad approfondire un processo di maggiore consapevolezza attorno a questo tema. Infine, non meno importante, questo paesaggio visivo si intreccia con il paesaggio sonoro composto da Jorge Queijo, che traduce in suono la vibrazione ambigua di questi luoghi, tra fascino e inquietudine, nostalgia e premonizione. Il centro della scena è occupato dal pubblico. È il visitatore a modificare l’andamento dell’opera grazie all’interazione con la “macchina”. Lo spazio reagisce, è performativo, muta, si trasforma. Abbiamo voluto utilizzare la tecnologia non per creare uno stupore sterile, ma per attivare uno spazio percettivo che cambia con chi lo attraversa. La struttura poliedrica composta da ventiquattro grandi vetri è stata progettata in collaborazione con panoramah!, mentre Space-Collectors ha curato lo sviluppo del software e l’integrazione tecnologica. Asus ha supportato il progetto con workstation ProArt, fondamentali per l’elaborazione visiva e interattiva dei contenuti. Il sughero naturale Amorim contribuisce al comfort acustico dell’ambiente, mentre O/M-light ha fornito il sistema di illuminazione interattiva. Le scatole che hanno trasportato il materiale diventano parte anch’esse della scenografia, restituendo, come in un teatro, le dimensioni distinte del backstage e del ‘palco’. La luce cambia. I vetri, trasparenti da fuori, diventano specchi da dentro. La realtà si riflette, si duplica, si deforma. È una vera e propria mise en abyme: ciò che vediamo è insieme realtà e proiezione, verità e simulacro. È in questo gioco tra visione e riflessione che emerge il significato più profondo del progetto: non esiste paradiso senza responsabilità. Il paradiso, oggi, è sempre doppio: promessa e crollo.
Renzo Piano afferma che “L’architettura prende forma dalle necessità”. Quale confine disciplinare è necessario ora oltrepassare per far fronte a una richiesta globale di architettura non più solo legata all’idea del costruito?
Quello che afferma Renzo Piano è vero, ma oggi i bisogni non sono più soltanto quelli primari (abitazione, servizi, infrastrutture…). Nel bene e nel male, nella società dei consumi, l’architettura si equipara a un prodotto come un altro; non è molto lontana, per fare un esempio, a un prodotto finanziario soggetto a speculazione. Abbiamo perciò voluto qui mostrare che l’architettura può esistere anche senza edificare, come strumento per osservare, per capire, per immaginare. È in questo senso che rispondiamo alla sfida lanciata da Carlo Ratti: «One place, one solution/Un luogo, una soluzione», dove la soluzione, lungi dall’essere meramente tecnica, si radica in una forma di sensibilità, in un modo di percepire e interpretare il reale. Perché il disegno architettonico, prima ancora di prefigurare una costruzione, è già definizione culturale di un paesaggio: un atto che lo nomina, lo interpreta e, così facendo, ne orienta il destino.

Quale dialogo è necessario costruire con gli altri Paesi, e in particolare con l’Europa, al fine di poter costruire un fronte comune per cercare di definire un futuro migliore del nostro abitare il mondo? Quale è la direzione imboccata dal Portogallo a riguardo?
Il padiglione non vuole parlare del Portogallo, ma attraverso il Portogallo. Il tema del paradiso – e del suo collasso – non è più una questione nazionale, ma planetaria. Con l’Europa dobbiamo costruire una grammatica comune per ripensare i modi di abitare, rappresentare e preservare il territorio. Il Portogallo, in questo scenario, può offrire uno sguardo sensibile, che unisce cultura visiva, memoria e paesaggio. Ma deve anche confrontarsi con la minaccia della propria esotizzazione, sempre in agguato.
Nel dibattito promosso dal curatore della Biennale Carlo Ratti emerge in particolare il tema della ricerca di una nuova definizione della professione di architetto e del ruolo dell’architettura stessa. Quale dimensione di architettura avete inteso sviluppare e restituire attraverso questo vostro progetto?
Paraíso, hoje. restituisce un’idea di architettura come dispositivo sensoriale e critico. Non costruiamo solo oggetti, ma condizioni percettive, immaginari e domande. L’architettura è qui anche una scenografia che invita all’introspezione, alla responsabilità e alla partecipazione. Abbiamo voluto mostrare che l’architetto può essere anche curatore, narratore, regista, ecologista, e che l’architettura può agire anche senza edificare, attraverso l’immaginazione, la cura, il disvelamento e la politica.