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Alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, Georg Baselitz – Eroi d’Oro riunisce sedici grandi tele realizzate dall’artista tedesco negli ultimi anni della sua vita. Una mostra-testamento che, attraverso corpi nudi, ritratti capovolti e superfici dorate, ripercorre oltre sessant’anni di ricerca artistica e riflette sulla memoria, sul tempo e sulla fragilità dell’esistenza.
«Ho dipinto un numero incredibile di quadri nel corso di oltre 60 anni. Ora che sono più o meno alla fine della mia attività di pittore, ho pensato che fosse il momento di trarre una sorta di conclusione. Una sintesi dei quadri che ho realizzato nel corso degli anni. Li ho voluti su base dorata – di vero oro – su cui realizzare un disegno il più raffinato, sensibile e completo possibile di mia moglie Elke e di me stesso, come nudi individuali o come coppia. E ci sono riuscito. Li ho voluti grandi, perché ci vogliono grandi forme se c’è qualcosa di importante da dire… e poi amo i formati che non finiscono appesi dietro un divano!». Così l’artista Georg Baselitz – raccontandosi in un video – accompagna i visitatori attraverso i due saloni della Fondazione Cini, a San Giorgio, che accolgono le sedici grandi tele della mostra Georg Baselitz – Eroi d’Oro. Titolo che volutamente richiama – quasi a voler chiudere il cerchio di una vita dedicata all’arte – una delle prime e più celebri serie dell’autore. «Nel 1965, dipinsi quelli che divennero noti come i dipinti degli Eroi. Si trattava di personaggi di fantasia, non realistici, non basati su modelli reali, ma figure immaginarie ispirate ai personaggi eroici dei romanzi sulla guerra civile russa. Questa serie ha dominato il mio lavoro per molto tempo e continua a farlo».

Quella ospitata sull’isola di San Giorgio è così diventata una vera e propria esposizione-testamento del grande artista tedesco, morto il 30 aprile 2026, a pochi giorni dall’inaugurazione veneziana. Aveva 88 anni. I suoi celebri ritratti capovolti – che costringono chi li osserva a guardare con più attenzione l’opera – qui sono più grandi, fragili, affascinanti e conturbanti che mai, alcuni tracciati con un unico segno nero, quasi una china su un foglio dorato dai rimandi all’arte giapponese. Corpi che nulla celano del passare degli anni. Altri sono accompagnati da pennellate accese di colore. «Ho pensato a de Kooning, che diceva che la carne è la ragione per cui fu inventata la pittura», racconta l’artista, «e ho realizzato svolazzi voluti e colorati, come un prestito, una devozione, come un addio, un commiato». Tele grandi anche tre metri per quattro, che attraggono e al contempo insinuano l’angoscia per la fine del tempo. “Una danza della memoria del corpo” le definisce il curatore della mostra Luca Massimo Barbero nel catalogo: corpi che fluttuano su sfondi dorati dai molti rimandi artistici, ma qui senza «ostentazione di monumentalità celebrativa, quanto un mezzo per rappresentare l’intima solitudine e fragilità umana di fronte alla fine».