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La nostra battaglia

Stefano Massini e il Novecento più oscuro che parla al nostro presente
di Roberta De Rossi

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Al Teatro Verdi di Padova dal 25 al 29 marzo, Stefano Massini porta in scena Mein Kampf, un’indagine teatrale sul potere delle parole e sulla propaganda che, oltre un secolo dopo, continua a interrogare il presente e a confrontarci con i meccanismi della manipolazione di massa.

«Sono un ragazzo, ho 35 anni, non sono nessuno. Ma le mie idee ce l’ho. Sono convinto che le masse sono stupide, con la gente non devi fare ragionamenti. Alla gente devi dare parole semplici e ripeterle di continuo, come un ritornello, come una filastrocca. La propaganda più semplice è quella che più entra dentro la testa della gente come una filastrocca, non ci devi neanche pensare. Allora sì funziona. Questo fatto della democrazia è una perdita di tempo, la gente non ci arriva, la gente semplicemente deve pensare un pensiero unico, chiaro, netto, un pensiero che non ti faccia pensare. Ho 35 anni, sono un ragazzo, non sono nessuno. Mi chiamo Adolf Hitler. L’ho pensato nella mia cella. Lo scriverò in un libro che chiamerò “La mia battaglia”, Mein Kampf».
Così Stefano Massini – straordinario maestro nella scelta delle parole e nella capacità di sviscerarne la potenza – introduce il suo nuovo spettacolo teatrale Mein Kampf, in scena a Padova al Teatro Verdi dal 25 al 29 marzo. Più di un secolo ci separa dal 1924, quando il giovane dettava nella cella del carcere di Landsberg il libro destinato a cambiare il corso della storia. Eppure quelle pagine continuano a interrogare il presente.

A oltre cent’anni da Mein Kampf, Massini – unico italiano vincitore di un Tony Award – porta in scena un’indagine lucidissima e spietata sul potere della parola e sulle sue conseguenze. L’autore ha incrociato a lungo la prima stesura del libro con i comizi e i discorsi del Führer e materiali delle Conversazioni di Hitler a tavola (una registrazione fluviale del pensiero hitleriano ripreso in presa diretta per volere dello stesso dittatore). In questo modo restituendo – come si legge nelle note dello spettacolo – «l’impalcatura del nazionalsocialismo nella sua nudità verbale».
Ne emerge uno spettacolo duro ma necessario, che non concede scorciatoie emotive. La lingua viene smontata, analizzata, ricostruita davanti allo spettatore: la retorica della razza, il culto del capo, la febbre della propaganda, l’ossessione del riscatto. «Perché quelle parole hanno ipnotizzato le masse? Perché la Storia ha mutato direzione su quelle pagine? E noi, spettatori del 2026, saremmo davvero immuni all’ascesa dal basso di un profeta della rabbia?». Massini affronta la materia con uno studio millimetrico di ritmi, toni e affondi verbali, restituendo lo stile ossessivo, barocco, enfatico del testo originario. Non c’è compiacimento, né provocazione gratuita, c’è piuttosto la volontà di comprendere il meccanismo. Perché, suggerisce lo spettacolo, solo la comprensione può diventare antidoto. In scena al Verdi, Mein Kampf si annuncia come un’esperienza teatrale di forte impatto civile, un confronto serrato con il Novecento più oscuro che parla, inquietante, al nostro presente.

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