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Uno sguardo che sa fermarsi, un festival che sceglie lo stare invece della velocità: Marianna Andrigo racconta il pensiero dietro Ritratti al presente, tema della sesta edizione di Venere in Teatro, tra Forte Marghera, il territorio e le domande aperte sul futuro della danza a Venezia.
Sesta edizione di Venere in Teatro, festival dedicato alla danza nelle sue interpretazioni contemporanee. Siamo a Forte Marghera, fuori quindi dai classici teatri, ma nello stesso tempo luogo di grande fascino, avamposto militare per centinaia di anni, intrico di antichi canali e vie d’acqua. Organizzatrice dell’evento è Live Arts Cultures, associazione di promozione sociale creata e gestita da artisti. Al centro dell’attenzione i cambiamenti nel contesto sociale, a Venezia e Mestre, sempre più visibili e dirompenti, ma che possono divenire opportunità in un’area sottoposta alle problematiche dei grandi flussi turistici e allo spopolamento dei centri urbani. Rapporti consolidati negli anni con Biennale di Venezia, Fondazione Musei Civici, Accademia di Belle Arti, Ca’ Foscari e IUAV, e quest’anno attraverso una nuova collaborazione con Acta, Associazione Culturale Teatro ed Azioni, nata dal progetto SguardItineranti della professoressa Cristina Grazioli e legata all’Università di Padova. Il tema del festival è Ritratti al presente. Un’attualità segnata dalle tensioni verso il futuro, ma con l’eredità incancellabile del passato, «un filo conduttore che parla di ucronie e utopie… mescolando miti con l’intelligenza artificiale», come scrivono le organizzatrici. Nove serate per diciannove compagnie ospiti, ma anche incontri teorici e di confronto, progetti per giovani, laboratori, interventi site-specific, performance outdoor, pratiche aperte al pubblico e cinema. Ne parliamo con Marianna Andrigo, performer e coreografa, cofondatrice nel 2014 dell’associazione e direttrice artistica di Live Arts Cultures. Al fianco l’immancabile Michela Lorenzano, responsabile dell’ufficio stampa del festival.
Il festival nasce anche come specchio delle trasformazioni sociali e culturali che attraversiamo. Non a caso il titolo di questa edizione è Ritratti al presente. Cosa vi ha guidato, quest’anno, nella lettura di questi cambiamenti?
Il pensiero che ha guidato la scrittura del festival e la scelta degli ospiti è stato il desiderio di tornare a rischiare un ascolto, di dare peso all’attenzione, forse in risposta al dinamismo e alla velocità che ci circondano. È un’esigenza cresciuta nei mesi invernali, quando abbiamo sentito forte il bisogno di dire: «adesso fermiamoci». Cos’è uno sguardo contemplativo? Cos’è un orecchio che ascolta? Cos’è lo stare? È una dimensione che nella programmazione non sempre ci si può permettere; osserviamo che altre rassegne forse non riescono a creare questo spazio “di stallo”, perché alcuni dei lavori che abbiamo scelto chiedono davvero di restare immobili. C’è poi un altro aspetto che riguarda la ridefinizione dell’osservazione, del coinvolgimento del pubblico, della partecipazione dello spettatore e di tutta la narrativa che si è costruita attorno al suo ruolo. Lo sguardo che osserva è un ruolo attivo? È sufficiente? La nostra risposta è sì. Anzi, oggi bisogna creare uno spazio e un tempo in cui riposizionare l’autorevolezza degli occhi nello stare a guardare, dedicandosi al piccolo, al dettaglio, a volte a lavori che si consumano nel silenzio. Non è intrattenimento o divertimento, è un punto di criticità e di emotività. Lì dobbiamo accettare di ritrovarci e di raccoglierci in un ascolto che può sembrare provocatorio, ma che di fatto è la più semplice delle nostre nature umane: crescere e imparare aprendosi all’esterno. Allora cos’è la partecipazione? È anche restare, accogliere, lasciare che le esperienze rimbombino senza per forza doverci giocare dentro.

Al netto della Biennale Danza, a Venezia sembra si danzi poco… Se guardiamo ad altre città come Vicenza o Padova vi troviamo un fitto calendario di festival ed eventi, mentre in laguna ci siete voi, Michela Barasciutti con VeneziainDanza e poco altro. La connessione con il territorio è per voi centrale e parlate spesso di una città sempre più multietnica: come leggete questa apparente carenza di danza a Venezia e in che modo il festival segue l’evoluzione multietnica della popolazione?
La riflessione sulla solitudine fa parte del nostro operato, non solo per il festival, ma per tutto il nostro lavoro quotidiano. È un elemento che viviamo con criticità, perché se potessimo contare su un’offerta più ampia attorno a noi ci sentiremmo parte di una vitalità maggiore. Sentirsi sole, come realtà, non è un vantaggio: ameremmo molto di più un movimento trasversale lungo l’anno, tra periferie e centro. Un movimento che purtroppo fatica a muovere i suoi passi, in primis per il fatto che mancano realtà disposte a investire in questa direzione, superando ostacoli e trovando risorse. Non ne do la responsabilità alla politica, ma alle persone, in particolare agli artisti, che avrebbero potuto tracciare delle possibilità facendole poi crescere e durare nel tempo. Forse accade anche perché Venezia è diventata sempre più un corridoio, un luogo di attraversamento, piuttosto che una piazza dove depositare la propria esperienza. Rispetto alle trasformazioni sociali, il nostro lavoro non si limita al festival, ma dura tutto l’anno, tra il teatro, i ragazzi, le scuole. C’è l’intenzione, attraverso attività continuative, di avvicinare e di coinvolgere questi giovani in questo linguaggio espressivo, altrimenti, in un tempo breve come quello del festival, non riuscirebbero ad accorgersi di queste trasformazioni. Osservando i cambiamenti della città ci chiediamo come rivolgerci a nuove famiglie e comunità, pur mantenendo linee di qualità e di ricerca, come lo sguardo contemplativo e l’astrazione dell’arte contemporanea performativa: è una dinamica difficile da leggere e su cui intervenire. Quello che facciamo è seguire tavoli di confronto sul territorio, come la Rete ad alta intensità educativa, per restare aggiornate sulle trasformazioni della città. Stiamo sviluppando un nuovo lavoro con un gruppo di undici minori stranieri non accompagnati, cercando azioni che inseguono la trasformazione e interrogando il ruolo che può avere l’arte. Non è scontato che l’arte sia un luogo di integrazione, ma noi proviamo a inserirci in quelle fessure. Nelle ultime edizioni del festival abbiamo offerto ai minori stranieri anche piccole opportunità di lavoro, azione fondamentale per progressivamente coinvolgerli nel nostro mondo e più in generale nella società attiva.

Un elemento che apprezzo molto è l’accordo che avete stretto con Acta – di cui sono socio fin dall’inizio – nato dal progetto SguardItineranti della professoressa Cristina Grazioli e legato all’Università di Padova. Mi incuriosisce invece capire cosa sia successo con IUAV: un tempo l’ateneo veneziano era più presente nel settore della danza, quest’anno invece sembra che rivolga i propri interessi e sforzi altrove. Come mai?
Con IUAV abbiamo sempre cercato di mantenere un filo in questi anni: penso a giovani che hanno prodotto video, o a due giovanissimi che hanno presentato il loro studio. C’è sempre stato un tentativo di costruire con questa importante università un percorso concreto di collaborazione, ma quest’anno effettivamente tale percorso si è interrotto. Per essere sincera, abbiamo constatato che questi ragazzi poi non vivono il festival, non lo seguono, non tornano. Se offri lo spazio per presentare un lavoro e incontrare il pubblico ma non arriva risposta, ci siamo chieste perché mai continuare a investire in questa direzione di fatto sterile. Ci siamo quindi prese una pausa, senza voler criticare nessuno. Il nostro festival si svolge a settembre, mese in cui accadono molte cose nelle arti performative in Italia (penso a Short Theatre, o alle passate sovrapposizioni con NID), nonché un periodo in cui i corsi universitari non sono ancora ripartiti. Più che un tema legato all’istituzione in sé, credo che questa fatica a dare seguito alla collaborazione dipenda molto dal fatto che gli studenti sono spesso pendolari su Venezia. Poi, certo, l’istituzione ha le sue priorità, e forse la danza, nei percorsi dello IUAV, non ha trovato abbastanza spazio, o è stata incanalata in altri binari relazionali con altre istituzioni. Questo apre un tema più ampio, per certi versi più scoraggiante: il rapporto di un’associazione indipendente come la nostra con le istituzioni, che sono più agili a comunicare tra loro che non con soggetti di natura diversa. È un aspetto che mi preoccupa, perché Venezia negli ultimi anni ha affidato sempre più la cultura alle grandi istituzioni: un processo che rischia di conformare, centralizzare e ridurre il fermento, oltre a contrarre le reali opportunità di intraprendere carriere maturando nuove visioni. È un presente che mi spaventa, anche alla luce delle recenti nomine della giunta, che escludono ancora una volta la figura di un assessore alla cultura.
Un Festival dedicato alla contemplazione, allo sguardo, al concedersi un tempo che possa risuonare
Se ti chiedessi chi è Marianna, cosa risponderesti?
Mi sono trovata di fronte a questa domanda anche incontrando i giovani. Ho avuto la fortuna di innamorarmi di questa dimensione corporea sin da bambina, senza mai avere dubbi su questa passione. Sono sicuramente una donna innamorata in modo molto profondo di quest’arte: per i fenomeni di conoscenza che genera in me, negli altri, nonché per la possibilità di dare vita a progetti di comunità. Sento una grande appartenenza verso un’arte che rivela sorprese quotidianamente: non faccio altro che lanciarmi in progetti capaci di liberare i corpi a favore del pensiero critico e dell’amore.

Veniamo al festival. Il programma mi piace molto, ma onestamente non sono riuscito a coglierne un vero filo conduttore, il che è anche naturale. Se dovessimo ricostruirlo, come lo definiresti?
Il titolo che abbiamo dato a questa edizione, Ritratti al presente, nasce proprio dal desiderio di ricercare un filo conduttore emerso mentre progettavamo le due settimane di festival. Questo presente si espande attraverso letture nostalgiche del passato e possibili interpretazioni del futuro: il fil rouge è un presente spinto nella nostalgia. In alcune forme sceniche si evoca una povertà che richiama al passato, in altre c’è una spaccatura dentro al volere un presente diverso, proiettato verso il futuro. Prendiamo su tutti tre lavori: quello di Raffaella Giordano è un passato; il lavoro di Silvia Rampelli è un presente fragilissimo, fatto di dita che si muovono e di sguardi, silenzioso e drammatico; quello di Nunzia Picciallo – una giovane performer di trent’anni che seguiamo da tempo, e che qui si esibisce forse per la prima volta in questo contesto – è violento, nudo, di rottura. Poi c’è la nostra produzione resta, che affronta il tema del restare come responsabilità e come desiderio: un presente agganciato a un futuro che si vuole diverso. Il lavoro di Cristina Kristal Rizzo, Erwartung, ha invece a che fare con un sentimento nostalgico, un presente vuoto che non vibra né di passato né di futuro. Infine MA machina Mater di Laura Moro, un lavoro sulle origini, sulla connessione tra l’essere madre e figlia che si rovescia nella vita e nel congedo materno: anche lì scorrono passato, presente e futuro che si imbrigliano l’uno nell’altro.
Abbiamo detto forse fin troppo. Vuoi aggiungere qualcos’altro in chiusura?
L’urgenza più forte è quella che ho comunicato all’inizio del nostro incontro: voler costruire un appuntamento dedicato alla contemplazione, allo sguardo, al concedersi un tempo che possa risuonare, senza cercare per forza distrazioni o morali.