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L’attimo in cui il mondo si incrina

Dal 10 giugno, Disclosure Day al cinema
di Alberto Marzari

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Il ritorno in sala di uno dei più grandi registi della storia del cinema: Steven Spielberg porta sul grande schermo un altro capitolo della sua indagine sulla vita nell’Universo.

C’è un momento, nei film di Steven Spielberg, in cui il mondo si incrina. Una luce nel cielo, un suono impossibile, uno sguardo che cambia tutto. Disclosure Day nasce esattamente lì: nel punto in cui la realtà smette di essere rassicurante e diventa domanda. E questa volta, più che mai, la domanda è brutale: cosa succede quando la verità non può più essere nascosta? In uscita il prossimo 10 giugno, Disclosure Day segna il ritorno di Spielberg alla fantascienza più pura, quella che lo ha reso una figura centrale nell’immaginario contemporaneo. Ma non è un ritorno nostalgico. È, piuttosto, un confronto diretto con il presente: con la paura, con la paranoia, con il bisogno collettivo di sapere. Il film, scritto insieme a David Koepp e interpretato da un cast che include Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth, ruota attorno a un evento globale: la rivelazione dell’esistenza di vita extraterrestre, qualcosa che fino a ieri era teoria e che ora diventa fatto. Non si tratta solo di un’invasione o di un contatto. Spielberg costruisce un racconto più ambiguo, quasi inquietante: una meteorologa che, in diretta televisiva, inizia a emettere suoni incomprensibili, segnali che sembrano provenire da altrove; un esperto di cybersicurezza che tenta di rendere pubblica una verità occultata per decenni; governi e poteri che cercano disperatamente di mantenere il controllo.

È un film sulla rivelazione, sì, ma anche sulla sua gestione: chi decide quando una verità è pronta per essere detta? Spielberg ha dichiarato che Disclosure Day è «più vicino alla realtà di quanto vorremmo ammettere», ispirandosi anche a recenti avvistamenti e documenti ufficiali sugli UFO. Ed è proprio qui che il film trova la sua tensione più profonda: non nel fantastico, ma nel possibile. Non più l’alieno come meraviglia infantile, come in E.T., né come incontro mistico, come in Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma come crisi globale, come detonazione culturale. Per capire davvero Disclosure Day, però, bisogna tornare indietro. Spielberg è uno dei pochi registi che ha saputo trasformare la paura in spettacolo e lo stupore in linguaggio universale. Da Lo squalo a Jurassic Park, fino a La guerra dei mondi, il suo cinema ha sempre raccontato l’irruzione dell’ignoto dentro l’ordinario. Ma negli ultimi anni, il suo sguardo si è fatto più riflessivo, quasi elegiaco. Questo nuovo film sembra essere il punto d’incontro tra le due anime: il narratore di meraviglia e il cronista dell’inquietudine contemporanea. Anche la collaborazione storica con John Williams, qui alla sua trentesima colonna sonora con il regista, suggerisce un ritorno a un linguaggio emotivo potente, capace di amplificare il senso di mistero e destino. Disclosure Day non promette risposte semplici. Al contrario, sembra voler aprire una crepa. In un’epoca ossessionata dalla trasparenza e dalle rivelazioni, Spielberg ribalta la prospettiva: e se conoscere la verità fosse il vero trauma? Se il giorno della rivelazione non fosse una liberazione, ma l’inizio di qualcosa di irreversibile? Forse, più che un film sugli alieni, questo è un film su di noi. Su quanto siamo pronti, o impreparati, a guardare oltre il cielo.

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