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L’autore che vince l’algoritmo

Dal 12 maggio il cinema di tutto il mondo abita a Cannes
di Alberto Marzari

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Sulla Croisette un cinema che si rimette in discussione, tra intelligenza artificiale e autori in carne e ossa più creativi che mai.

C’è sempre un momento, ogni primavera, in cui il cinema smette di essere industria e torna a essere rito. Succede quando, a Parigi, vengono letti i titoli che illumineranno la Croisette. Succede quando il Festival di Cannes 2026 prende forma: non più come attesa, ma come promessa. Una promessa che quest’anno ha il sapore di una svolta. La presentazione della 79. edizione, in programma dal 12 al 23 maggio, ha rivelato un festival che sembra voler fare un passo indietro per andare più a fondo. Meno Hollywood, meno riflettori facili, più visione. Più rischio. Più cinema. Sul palco, la Presidente Iris Knobloch e il Delegato Generale Thierry Frémaux hanno tracciato una linea chiara: difendere l’autorialità in un’epoca in cui tutto tende a diventare algoritmo. Non è solo una selezione, è una dichiarazione politica e poetica insieme. Il cinema, qui, è ancora un gesto umano. A dominare la selezione ufficiale sono i grandi autori del contemporaneo. Pedro Almodóvar torna con Amarga Navidad, mentre Asghar Farhadi e Hirokazu Kore-eda confermano la loro presenza come punti cardinali di un cinema che scava nelle relazioni e nelle fragilità. Accanto a loro, Ryusuke Hamaguchi, Pawel Pawlikowski e Cristian Mungiu compongono un mosaico internazionale che guarda più alla profondità che al consenso. È un concorso che parla molte lingue ma una sola grammatica: quella del cinema d’autore.

Ventuno film in gara, cinque firmati da registe, nuove voci che si intrecciano con maestri affermati. Eppure, tra le pieghe di questa ricchezza, si apre una crepa: l’assenza totale del cinema italiano. Un vuoto che pesa, perché non si verificava da anni, e che trasforma Cannes 2026 anche in uno specchio impietoso delle difficoltà produttive e creative del nostro sistema. A presiedere la giuria sarà Park Chan-wook, figura simbolica di un cinema capace di coniugare radicalità e riconoscimento globale. Intorno a lui, una selezione che sembra voler ridefinire i confini stessi del contemporaneo, oscillando tra fantascienza esistenziale, drammi intimi e narrazioni ibride. Fuori concorso, il festival si concede aperture più spettacolari, tra ritorni attesi e incursioni sorprendenti, mentre le sezioni parallele continuano a essere il laboratorio dove il futuro prende forma. Quella che emerge dalla presentazione non è un’edizione rassicurante. È un Cannes che rinuncia alla comfort zone per interrogarsi sul proprio ruolo: vetrina o resistenza? Celebrazione o avanguardia? Forse, la risposta sta proprio in questa tensione. Nel tentativo di restare, ancora una volta, il luogo dove il cinema non si limita a esistere, ma si reinventa.

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