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A Palazzo Grassi, Pinault Collection presenta una delle più ampie ricognizioni dedicate a Michael Armitage, artista nato in Kenya nel 1984 e oggi considerato tra le presenze più incisive della pittura con temporanea.
The Promise of Change (29 marzo-10 gennaio 2027), curata da Jean-Marie Gallais in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, Caroline Bourgeois e Michelle Mlati, riunisce oltre 150 opere tra grandi dipinti e disegni, delineando un percorso che attraversa l’ultimo decennio della sua ricerca.
L’esposizione si configura come un itinerario dentro un territorio pittorico instabile, in cui memoria personale e storia collettiva si sovrappongono a un immaginario simbolico ricco di stratificazioni. I riferimenti all’Africa orientale – e in particolare al Kenya – si intrecciano con la mitologia classica e con la tradizione figurativa occidentale, generando composizioni dense, cromaticamente vibranti, spesso di dimensioni monumentali. L’artista affronta temi urgenti del presente: guerre, instabilità politica, abusi di potere, crisi migratorie, tensioni identitarie. Tali questioni non vengono trattate in forma illustrativa; entrano piuttosto nella struttura stessa delle immagini, che appaiono popolate da figure in movimento, immerse in paesaggi che oscillano tra riconoscibilità e allucinazione.
Il percorso a Palazzo Grassi accompagna progressivamente il visitatore attraverso questi scenari abitati, talvolta legati a contesti storici precisi, talvolta volutamente ambigui. Le scene si addensano, si offuscano, accolgono più orizzonti narrativi, chiedendo allo sguardo una partecipazione attiva.

La pittura di Armitage alterna una gestualità incisiva a passaggi di estrema delicatezza, costruendo superfici in cui la materia cromatica sembra prender vita e trattenere tracce di conflitti, desideri, memorie. L’artista sostiene la necessità di una pittura capace di confrontarsi con la realtà storica senza rinunciare alla complessità formale e alla tensione lirica. La sua iconografia nasce da una molteplicità di fonti: cronaca, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fino alla storia globale dell’arte. Figure mitologiche convivono con personaggi tratti dalla narrativa africana contemporanea o con individui anonimi, come nella serie dedicata alla migrazione, in cui il viaggio e la traversata assumono un valore insieme concreto e simbolico.
Le influenze che spaziano dal cinema di Sembène Ousmane alla scrittura di Ngũgĩ wa Thiong’o, fino alla pittura di Francisco Goya e Diego Velázquez, vengono rielaborate in un lessico personale, nel quale l’intensità cromatica e la costruzione spaziale testimoniano un dialogo costante con la tradizione.

Elemento distintivo della sua pratica è l’uso di un supporto ricavato dalla corteccia d’albero secondo tradizioni ugandesi e indonesiane. Questo materiale, segnato da irregolarità e fratture, incide direttamente sulla composizione, orientando la disposizione delle figure e la distribuzione dei colori. La superficie pittorica nasce da un processo di stratificazione: applicazioni successive di olio, raschiature, riprese che generano effetti di profondità e trasparenza.
Il risultato è una tessitura sensibile, in cui la luce sembra filtrare attraverso la materia. Un’ampia sezione dedicata al disegno consente di avvicinarsi alla fase progettuale delle opere, rivelando l’attenzione al dettaglio e alla costruzione dell’immagine. Bozzetti e studi preparatori mostrano come la monumentalità dei dipinti sia preceduta da un lavoro analiti co sulla composizione e sulla dinamica delle figure.