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Al Centro Culturale Candiani, la mostra dedicata a Edvard Munch diventa soglia e passaggio: dalle incisioni di Ca’ Pesaro alle eredità novecentesche, fino agli artisti di oggi. Un racconto di influenze e visioni che anticipa la nascita a Mestre del nuovo MUVEC, Museo di arte contemporanea – Casa delle contemporaneità.
Edvard Munch, oltre Munch, una mostra, oltre la mostra. Al Centro Culturale Candiani di Mestre MUNCH. La rivoluzione espressionista segna l’ultimo capitolo di una serie di mostre temporanee di approfondimento a partire dai maestri dell’arte moderna e contemporanea e dai loro capolavori appartenenti alle collezioni di Ca’ Pesaro, che si sono svolte in questi anni. Tra qualche mese lo spazio sarà trasformato in Museo civico permanente, una Casa delle Contemporaneità, il nuovo MUVEC. La mostra a cura di Elisabetta Barisoni è un perfetto passaggio di testimone, racconta infatti le contaminazioni, le prossimità, le vicende artistiche e soprattutto, l’eredità contemporanea attraverso il Novecento, fino ai nostri giorni, proprio come farà il Candiani futuro. A partire da quattro opere grafiche di Edvard Munch (Loten 1863 – Oslo 1944) della Collezione di Ca’ Pesaro – Angoscia, L’urna, La fanciulla e la morte, Ceneri –, la mostra incrocia le correnti artistiche dalle quali il pittore è partito con quelle che lui stesso ha ispirato nei decenni successivi, per raccontare l’uomo del suo tempo, che vive e lascia un segno nella società. Introspettivo, certo, ma anche partecipativo. Solo nella sua inquietudine ma non isolato: tanti i suoi legami con autori, artisti, letterati contemporanei – Ibsen fra tutti, di cui illustra le opere teatrali – che concorrono alla formazione del suo pensiero, alla sua rivoluzione grafica e iconografica, la sua vita. Munch è specchio della cultura mitteleuropea e cittadino del mondo. Tra i lunghi viaggi e soggiorni a Parigi, in Germania, in Belgio, in Italia, in una Europa esplosiva, quella del Salon des Refusés, dei Secessionisti, i giovani ribelli; qui raccoglie echi antichi di Goya e Rembrandt, Redon e Toulouse-Lautrec, fino a Van Gogh e Gauguin, le influenze del Simbolismo e Postimpressionismo per poi lasciare il suo inconfondibile segno. E poi, le nuove sonorità pittoriche, lo spirito nordico che entra in Europa e influenza le secessioni di Monaco, Vienna, Berlino di cui Munch è protagonista. L’urlo (1893), che nasce dal corpo e rende l’arte totalizzante, carica di dolore, memoria, denuncia, non si è mai esaurito, riverbera la lezione di Munch nel Novecento e oltre. Dopo la Seconda Guerra mondiale, le istanze dell’Espressionismo si rintracciano nelle testimonianze degli orrori vissuti in prima persona: Renato Guttuso racconta la brutalità della storia, mentre Zoran Musič non smette di evocare l’esperienza indicibile dei campi di concentramento. L’urlo espressionista si ritrova nelle visioni deformate e mostruose della Maternità di Ennio Finzi o nelle Figure alterate di Emilio Vedova. Gli orrori dell’attualità sono nei teschi di Mike Nelson, e i mondi popolati da mostri e maschere di Brad Kahlhamer e Tony Oursler. Il grido di dolore risuona nella tragedia della guerra di Jugoslavia, di cui Marina Abramović si fa interprete, e si ritrova, infine, nella denuncia appassionata e drammatica di Shirin Neshat, incisa sulla pelle e sul destino del popolo iraniano. Munch è il suo tempo, ed è contemporaneo.