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Al Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio Maggiore, anfiteatro sospeso tra acqua e pietra, Cries si propone come uno degli appuntamenti più densi della Biennale Teatro 2026. Non uno spettacolo nel senso tradizionale, ma una forma che intesse teatro, concerto, partitura poetica e che parte dalla tradizione classica per dare voce alle urgenze contemporanee.
La scelta di accogliere «l’origine vivente del teatro, la Grecia» – nelle parole del direttore Willem Dafoe – non è un omaggio archeologico, ma la volontà di riportare la radice al presente, farne pianta viva.
Il cuore di Cries sta nella sua costruzione: «Un concerto spettacolo, forma ibrida tra teatro, musica e poesia», con al centro «i temi della schiavitù, dello sradicamento e migrazione nel corso dei secoli». Frammenti di tragedia antica, poesia greca popolare e moderna, testi originali e voci anonime si intrecciano così nella partitura di Alexandros Drakos Ktistakis, compositore e batterista della scena jazz contemporanea greca, formatosi tra studi accademici e incontri con maestri internazionali, capace di fondere tradizione e sperimentazione. In scena il quartetto basso, pianoforte, sassofono e la voce baritonale di Georgios Iatrou.
Al centro del palco, Christos Stergioglou, attore che porta con sé fisicità e voce che condensano decenni di esperienza tra teatro e cinema d’autore europeo (già protagonista in Dogtooth di Yorgos Lanthimos e The Eternal Return of Antonis Paraskevas di Elina Psykou), dalle tragedie classiche al linguaggio filmico contemporaneo.
«Venezia e la Grecia hanno una storia lunga – si legge nelle note dello spettacolo – commerci, dominio veneziano sulle isole greche per secoli, Corfù, Creta, il Mediterraneo orientale. Portare uno spettacolo sulla migrazione e sullo sradicamento in un anfiteatro veneziano sull’acqua non ha bisogno di essere spiegato: basta nominarlo».
I materiali evocati in Cries sono potenti: Euripide e il lamento della regina di Troia Ecuba, figura emblematica della perdita totale; le parole del premio Nobel per la Letteratura Giorgos Seferis, segnate dall’esilio e dalla frattura della storia; le testimonianze senza nome di chi ha vissuto schiavitù, sradicamento, migrazione. Ma Cries non li mette in scena come reliquie: il passato non è citazione, è pressione sul presente. La Grecia non è origine da celebrare, ma campo di forze da riattivare, patrimonio classico che dialoga con gli autori contemporanei per dare voce alle contraddizioni sociali e alle tragedie dell’oggi.