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Debutta a fine giugno in prima mondiale alla Biennale Teatro, nella sua forma definitiva, l’atteso Tacet, uno degli esperimenti scenici più radicali e affascinanti di questa edizione, firmato da Jacopo Giacomoni e Silvia Costa.
Testo vincitore di Biennale College Teatro nel 2024-25 per “la straordinaria capacità di rappresentare il concetto del tempo attraverso una drammaturgia visionaria e un uso malioso del linguaggio poetico”, Tacet è una partitura teatrale che esplora il tempo attraverso il silenzio e la precisione dei corpi, in cui il silenzio diventa materia viva, architettura del tempo, esperienza condivisa.
Il titolo, preso dal lessico musicale, indica il momento in cui uno strumento non è chiamato a suonare, richiamo diretto alla potenza evocativa del non detto e del non suonato. La scena diventa un laboratorio dove il silenzio non è mai vuoto: è misurato, scandito, articolato, prolungato, interrotto, condensato in gesti e pulsazioni, in cui ogni respiro, battito e click all’orecchio concorre a costruire un tempo organico. La temporalità non è una semplice cornice, ma un elemento centrale e dinamico del dramma, secondo una prospettiva che permette di sfidare le convenzioni tradizionali e che trasforma il testo in un organismo energico e pulsante, una modalità interattiva che solo il teatro dal vivo può concedere.
Giacomoni, drammaturgo e performer, definisce il suo lavoro – vincitore anche del 58° Premio Riccione per il Teatro nel 2025 – “una cartografia del tempo”.
La drammaturgia procede infatti come una partitura in quattro movimenti: Coro – Museo – Osservazione – Immagine residua.
La regia di Silvia Costa, artista visiva e collaboratrice storica di Romeo Castellucci, lavora per sottrazione e precisione.

Non ci sono quinte, scenografie narrative o apparati superflui. Attorniati da leggii, metronomi, pochi strumenti e una viola da gamba il cui archetto produce soltanto silenzio, ci sono sei performer. L’interprete numero uno tiene il tempo per tutto lo spettacolo, condividendo i reali secondi che lo spettatore sta vivendo in quel momento; gli altri rappresentano ciascuno un minuto di silenzio della storia – politica, sociale, artistica, uno dei pochi riti laici che ci sono rimasti – e portano con sé un bagaglio di storie, di momenti di commemorazione e di introspezione, che si fondono e confrontano sul palcoscenico, evocando rituali collettivi e personali, dalla memoria storica al lutto pubblico. Un osservatorio di silenzi, dove il silenzio non c’è mai.