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Spazi nascosti o inaccessibili. Cattedrali, palazzi, biblioteche e teatri svelati dal punto di vista di chi li ha progettati. Le Stanze della Fotografia, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, fino al 6 aprile, ospitano al secondo piano la mostra Ahmet Ertuğ. Beyond the Vanishing Point, che invita a rallentare lo sguardo indugiando tra luce, forma e memoria.
Ventinove fotografie di grande formato dedicate al patrimonio architettonico italiano e al suo dialogo millenario con il Mediterraneo occupano lo spazio espositivo come fossero non rappresentazioni ma vere e proprie architetture. Nato a Istanbul nel 1949 e formatosi come architetto, Ahmet Ertuğ porta in ogni scatto la precisione di chi ha imparato a leggere lo spazio prima ancora di fotografarlo. La sua attitudine e tecnica deriva, infatti, da uno sguardo profondamente architettonico, capace di attraversare lo spazio per restituirne la visione originaria. Attraverso l’uso del grande formato e di lunghe esposizioni, Ertuğ costruisce immagini di straordinaria precisione, in cui la luce naturale modella lo spazio e ne amplifica la dimensione spirituale. Così di fronte agli interni monumentali da lui immortalati lo sguardo si eleva “oltre il punto di fuga”, appunto, offrendo una percezione sospesa del tempo e della materia. «Ertuğ non guarda un’opera d’arte, ma si fonde con essa, si confonde con essa; il suo sguardo rigenerativo protegge, scolpisce, coinvolge… una visione» osserva Serge Lutens.

La mostra ha un filo conduttore definito: il rapporto tra l’Italia e il mondo mediterraneo. In questo dialogo tra Oriente e Occidente si inserisce l’opera dedicata alla cupola di Santa Sofia a Istanbul, un ritorno alle origini per Ertuğ , che attraverso quella volta del VI secolo riannoda la propria identità alla storia universale dell’architettura. Le sue fotografie aprono l’accesso a luoghi nascosti o normalmente inaccessibili al pubblico, trasformando ogni immagine in un privilegio visivo. Lo sguardo si eleva, si sospende, e il tempo sembra fermarsi nella luce filtrata di un interno monumentale. Ogni scatto è un invito a sostare, a custodire la memoria dei luoghi e a riconoscere nell’architettura un ponte senza tempo tra culture ed epoche diverse.