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Al Teatro Toniolo, Gianni Fantoni, diretto da Davide Livermore porta in scena una versione teatrale che restituisce la dimensione corale e feroce dell’immaginario di Paolo Villaggio, tra riconoscibilità popolare e tensione tragica.
Fantozzi Ugo, impiegato dell’Ufficio Sinistri della gloriosa quanto famigerata Megaditta denominata ItalPetrolCemenTermoTessilFarmoMetalChimica non è una maschera tragica creata da Paolo Villaggio. Fiumi di inchiostro si sono versati sulla grande capacità dell’attore genovese di portare sullo schermo la miseria di un uomo privato quotidianamente della propria dignità, imprigionato in un lavoro alienante in cui i superiori devono essere serviti e riveriti, non importa se non sanno nemmeno pronunciare il tuo cognome, storpiandolo regolarmente. Ugo ragionier Fantozzi è «Il prototipo del tapino, ovvero la quintessenza della nullità, il massimo della mediocrità eccezionale», come lo definì lo stesso Villaggio. Ma la vera rivoluzione è avvenuta quando il passaggio dalla commiserazione alla risata si è fatto strada nel pubblico di tutta Italia, portando a termine il riscatto che deriva dalla consapevolezza. Gianni Fantoni raccoglie il testimone di Paolo Villaggio dopo averlo conosciuto personalmente e averne carpito dalla viva voce le sfumature più impercettibili, quelle che vanno oltre i mutandoni, la canottiera di flanella e il cappello, quella specie di basco che il nostro portava anche dentro casa, schiaffato davanti alla televisione dopo aver fatto a pugni con i vicini per entrare correre in poltrona a sintonizzarsi per primo.

Fantozzi. Una tragedia, al Toniolo il 21 e 22 marzo, per la regia di Davide Livermore e la supervisione musicale di Fabio Frizzi, autore della storica Ballata di Fantozzi cinematografica («Sveglia e caffè, barba e bidet, presto che perdo il tram…» per intenderci) porta in scena la moglie Pina, la figlia Mariangela, i colleghi Filini, Calboni, la signorina Silvani, l’Onorevole Cavaliere Conte Catellani e altri come tessere di un mosaico con cui Paolo Villaggio ha dato voce a una categoria umana oscillante tra opportunismo e cattiveria, tra piaggeria e violenza, tra disincanto e feroce arrivismo. A partire dagli anni Settanta del Novecento, questi personaggi sono entrati nell’immaginario collettivo creando un linguaggio prima inesistente, talmente forte e originale da determinare il parlare comune. Villaggio ha registrato con la propria coscienza sociale l’esplosione di un mondo segnato dai padroni – quei Megadirettori Galattici e Naturali tanto simili a divinità, con uffici arredati con poltrone in pelle umana, piante le cui dimensioni dipendono dal rango e impiegati meritevoli messi a nuotare nel proprio acquario – e dai “servi”, ovvero la “mostruosa” genia impiegatizia, approfittatrice, disposta a tutto pur di ricevere una promozione. Nella visione registica di Davide Livermore il destino dei personaggi sembra già scritto al pari degli eroi classici, stavolta votati però al fallimento, non certo alla gloria eterna. E allora ogni singolo gesto, anche buttarsi davanti alla televisione con frittatona di cipolle e Peroni ghiacciata, può dar l’illusione di essere liberi. Anche prendere un autobus al volo mentre i condomini fanno il tifo per te, affacciati al balcone. Fantozzi non l’aveva mai fatto, ma l’aveva sempre sognato.