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La doppia natura di fiaba e balletto nel capolavoro di Ciajkovskij
di Loris Casadei

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Dal 25 febbraio all’1 marzo, lo storico balletto arriva alla Fenice nella versione di Tamás Solymosi, dal 2011 alla guida dell’Hungarian National Ballet.

«Ich wende mich an dich selbst… mi rivolgo a te, lettore… per far rivivere vivida la memoria del tuo ultimo Natale»: così esordisce E.T.A. Hoffmann nel suo Schiaccianoci, lettura imprescindibile prima di recarsi a teatro. La novella ha due grandi meriti. Da un lato evidenzia la doppia natura di ogni apparizione: ogni personaggio nasconde infatti una seconda identità. Dall’altro rivela già nello scritto una forte dimensione sonora, non casuale se si considera che Hoffmann era anche un valente musicista. Scritta nel 1816 per i figli di un amico, l’opera venne poi ripresa da Alexandre Dumas padre nel 1845, che ne attenuò i toni più oscuri e inquietanti. È a partire da questa versione che Ciajkovskij compose la musica per il balletto, debuttato al Mariinskij di San Pietroburgo nel 1892, con coreografia di Lev Ivanov, considerato “l’anima della danza russa”, che allestì Lo schiaccianoci seguendo fedelmente le indicazioni del maestro Petipa. La coreografia, tuttavia, tradisce un’intonazione più romantica rispetto al classicismo allora dominante. La prima interprete fu, come spesso accadeva nella Russia dell’epoca, un’italiana: Antonietta Dell’Era, nel ruolo della Fata Confetto. In Occidente il balletto arrivò relativamente tardi, salvo il riutilizzo di alcuni brani da parte di numerosi autori, tra cui Diaghilev. Il vero successo giunse nel 1954, quando George Balanchine ne realizzò una celebre versione per il New York City Ballet, da cui fu tratto anche un film. Da allora si sono susseguite innumerevoli riprese: Cranko (1996), Nureyev (1967), Neumeier (1971), Baryshnikov (1976).

Al Teatro La Fenice dal 25 febbraio all’1 marzo vedremo la versione di Tamás Solymosi, alla guida dell’Hungarian National Ballet dal 2011, forte di una solida formazione come danzatore e coreografo tra San Pietroburgo e Montecarlo, insieme ai danzatori dell’Opera Nazionale di Budapest, in una coreografia di Wayne Eagling. Di quest’ultimo si ricorda ancora una prima versione, realizzata alla guida dell’Het Nationale Ballet, ambientata in una Amsterdam del 1810, con pattinatori che danzavano su un canale ghiacciato, seguita da una nuova edizione allestita come direttore artistico del National Ballet di Londra. Alla genesi musicale dell’opera si legano anche alcune curiosità significative. Le divisioni metriche dei brani vennero spesso indicate in modo perentorio da Petipa, come mostra il celebre esempio: «Clara in vestaglia si avvicina al letto dello Schiaccianoci… occorrono otto battute in accelerazione… l’orologio batte la mezzanotte, pausa musicale, breve tremolio… cinque battute per il miagolio del gatto…». Durante la fase creativa, in occasione di un viaggio a Parigi, Ciajkovskij conobbe lo strumento chiamato celesta, invenzione di Auguste Mustel, e decise di utilizzarlo, mantenendone segreto l’impiego fino all’ultimo. La concorrenza con Rimskij-Korsakov e Glazunov era particolarmente accesa! Purtroppo Ciajkovskij non riuscì a vedere in vita l’immenso successo di questa sua composizione. Ancora oggi è oggetto di controversie: il Conservatorio di Kiev ha deciso, dopo tre anni di acceso dibattito, di non utilizzare più il suo nome, e le compagnie ucraine sono state costrette a modificare il repertorio. Ma noi continuiamo ad amarlo e non mancheremo alla Fenice neanche il 24 febbraio, quando, con gli Amici del Teatro, la studiosa e giornalista Valentina Bonelli presenterà l’opera al pubblico, per meglio apprezzare l’esecuzione in programma nei giorni successivi.

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