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In piena esplosione della pop art, nel 1964 Gastone Novelli portò alla Biennale di Venezia un’opera che fu definita una “pagina bianca”. Ca’ Pesaro ne ripercorre l’avventura: dal bianco come spazio mentale all’azione di protesta del 1968, quando l’artista presentò 12 quadri “rovesciati”.
È stata descritta come una “pagina bianca” quella con cui Gastone Novelli (1925-1968) si presentò a Venezia nel 1964, invitato con una sala personale alla XXXII Biennale Arte. Controcorrente rispetto all’esplosione di colori della Pop Art e alla matericità oggettuale del New Dada sbarcati prepotentemente da Oltreoceano, i dieci quadri selezionati tra i suoi ultimi lavori colpirono anche per l’originale scelta espositiva di appenderli a formare una C, che accompagnava lo sguardo attraverso una sorta di paesaggio montano e collinare, acceso idealmente da soli brillanti e lune argentate. Minimalista nel suo rigore, con poche calibrate “illuminazioni di colore”, Novelli offriva un ritorno alla pittura per “raccontare un fatto fisico”, uno spazio naturale, un tempo lontano dal presente; per far partire l’immaginazione, il pensiero dove il linguaggio diveniva verbo inciso sulla tela fino a eternarsi, come fossili, dei quali ricreava gli accordi cromatici. Ancora più “eversiva” fu la sua partecipazione alla Biennale del 1968 con dodici quadri, una scultura e un’opera site-specific: in quell’occasione scelse di girarli a rovescio contro il muro, scrivendo sul retro “La Biennale è fascista” in polemica con l’arresto degli studenti che protestavano dentro i Giardini di Castello, arrivando perfino a rimuoverli dall’esposizione nei giorni successivi. A cent’anni dalla sua nascita, Ca’ Pesaro dedica all’artista una grande mostra, fino all’1 marzo, focalizzata sulle sperimentazioni informali degli anni Cinquanta, giungendo sino alle opere più radicali e politiche realizzate alla fine degli anni Sessanta. Una sessantina di capolavori di eleganza e raffinatezza pittorica, presentati in ordine cronologico, rivelano come in un periodo molto concentrato Gastone Novelli sia riuscito a toccare e sviluppare le tematiche più sentite di quegli anni, giocando abilmente con sobrie citazioni linguistiche e riferimenti politici di carattere didascalico. Motivo di orgoglio per la collezione permanente di Ca’ Pesaro e testimonianza del forte legame di Novelli con Venezia, dove si era trasferito nel 1967, si rivela il lascito voluto dalla sua famiglia, che ha deciso di donare due capolavori al museo, inseriti perfettamente nelle collezioni e rappresentativi dei due estremi della sua produzione. Era glaciale del 1958 «è parte del diario intimo eppure così universale di Novelli, del racconto scritto con segni nuovi e su supporti nuovi», come sottolinea nel catalogo Elisabetta Barisoni; materia e pittura, collage e tecnica mista, muro inciso e scrostato, in un dialogo continuo con la matericità di Burri. Un inno al bianco, rigeneratore, fonte di rinnovamento e di elevazione spirituale. Allunga il passo, amico mio, una sorta di orizzonte lagunare appena accennato con una linea sottile nei cinque metri di lunghezza, quale omaggio-messaggio all’amico Vittorio Carrain del ristorante All’Angelo, dove dieci anni prima era nato il Fronte Nuovo delle Arti. Un’ incitazione a non mollare e perseguire nella sperimentazione e nella provocazione, che l’arte più che qualsiasi altro linguaggio si porta con sé.