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Il latte dei sogni
Ogni anno l’industria alimentare scarta oltre dieci milioni di tonnellate di gusci di molluschi. Con il progetto CONQ, le designer Angie Dub e Heidi Jalkhan Fratello li trasformano in bioceramica marina, aprendo nuove prospettive per l’edilizia sostenibile.
Ogni anno più di dieci milioni di tonnellate di gusci di molluschi vengono scartati dall’industria alimentare globale. Rifiuti abbondanti, ad alto contenuto di carbonato di calcio, che raramente trovano una filiera di riuso. Da questa constatazione nasce il progetto dell’architetto ambientale Angie Dub e della designer sperimentale Heidi Jalkhan Fratello: CONQ: Marine Biobased Building Materials. L’idea è semplice e radicale al tempo stesso: trasformare i gusci frantumati, combinandoli con biopolimeri derivati dalle alghe, in una sorta di bioceramica marina. Nell’allestimento, che fa parte del percorso espositivo di Matter Makes Sense, si incontra una struttura metallica che regge una superficie di piastrelle di questo materiale e sul pavimento una piccola montagna di conchiglie bellissime ne racconta l’origine. Il progetto si è sviluppato nell’ambito di una fellowship presso il laboratorio Bauhaus Earth, con il supporto del cluster berlinese Matters of Activity, ed è un peccato non aver potuto portare a Venezia la quantità di tentativi, prove, esperimenti di laboratorio di cui invece è ricchissimo il percorso delle due designer. La bioceramica è infatti frutto di una ampia e diversificata collaborazione internazionale: dal laboratorio MSH per la componente strutturale, al RWTH Aachen per i test meccanici, fino al contributo di ristoranti e produttori che forniscono la materia prima, tentando di ricostruire una filiera produttiva che tiene insieme università, gruppi di ricerca, organizzazioni locali. E con delle sperimentazioni che il duo compie tra Buenos Aires e Berlino. In questo caso, al centro, è lo smaltimento dei gusci marini, oggetti tanto preziosi quando sono nel mare, quanto ingombranti dopo che ne abbiamo consumato i molluschi che contengono, e su cui tra l’altro sono molti i tentativi di ripensamento da parte dell’arte e dell’architettura: si pensi al lavoro di Cooking Sections sull’isola di Skye, oppure alla Oyster-tecture di SCAPE, che cercava con le ostriche di ripensare il porto di New York. C’è naturalmente l’idea di ripensare ai materiali come prodotti dagli scarti e all’upcycling al posto del recycling, ovvero l’impiego di una forza di invenzione e progetto non solo per riutilizzare degli scarti, ma anche per garantirgli un più alto valore: una nuova vita, che vale di più della precedente. Una grande ambizione, che si scontra con la moltitudine di norme e regole cui le materie dell’architettura vanno sottoposte. Ma che allo stesso tempo ci riporta al modo in cui pensiamo la cultura costruttiva e la tecnologia per l’edilizia di oggi, invitandoci a mettere in discussione i nostri paradigmi.