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Pedro Almodóvar torna in sala con il suo film più impietoso verso sè stesso, a due anni dal Leone d’Oro vinto a Venezia con Julianne Moore e Tilda Swinton.
A distanza di due anni dall’uscita de La stanza accanto, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2024 con il Leone d’Oro, Pedro Almodóvar torna sui nostri schermi con Amarga Navidad, presentato al Festival di Cannes. Il film segna il ritorno alle origini stilistiche del regista manchego di Calzada de Calatrava: quel caratteristico equilibrio tra pathos e ironia, tra melodramma e cinismo, che ha definito il suo cinema per decenni. Ma, ancor di più, Amarga Navidad marca il rientro di Almodóvar nei confini spagnoli: girando il suo film tra Madrid e Lanzarote, nelle Canarie, conferma come il suo sia sempre un cinema profondamente radicato nella cultura spagnola, nonostante e dopo le fortunate esperienze internazionali. Il film si inserisce nel solco delle sue opere più intime, dove vita personale e creazione artistica si intrecciano fino a confondersi. Sin dal titolo si prefigura una vicenda con un Natale tutt’altro che sereno: la vicenda infatti vede protagonista la regista di spot pubblicitari Elsa (Bárbara Lennie), che dopo la morte della madre, si immerge nel lavoro per superare il lutto. Quando delle ricorrenti emicranie – unite a un attacco di panico – la costringono a prendersi una pausa, decide di recarsi a Lanzarote durante il ponte di fine dicembre per la Festa della Costituzione del 2004 con l’amica Patricia (Victoria Luengo), lasciando il fidanzato Bonifacio (Patrick Criado) a Madrid, motivo questo del distacco tra i due partner, che rende perciò amaro il Natale della donna. Elsa è in realtà l’alter ego letterario di Raúl (Leonardo Sbaraglia), regista di cinema che sta scrivendo una sceneggiatura nella speranza che l’autofiction lo aiuti a superare il blocco dello scrittore e a esorcizzare i problemi col fidanzato Santi e l’assistente Mónica.
Almodóvar l’ha definito «il film dove sono stato più impietoso verso me stesso», anche se la critica spagnola ha lamentato un certo “distacco emotivo” verso il protagonista: infatti le vicende degli interpreti si intrecciano con quelle del regista e sceneggiatore Raúl Durán, dando vita a una narrazione che mescola vita reale e plot cinematografico. Il film racconta appunto lo stretto legame tra realtà e finzione, tra ispirazione e vita, e apre una riflessione sui limiti dell’autofinzione. Un film in spagnolo, di nuovo, dopo l’esperienza – o le esperienze, contando anche i due cortometraggi precedenti – fatta con quelli in lingua inglese; la frequentazione hollywoodiana pare ormai certo possa essere stata solo un episodio isolato, con il regista che ammette più o meno di non avere alcun desiderio di realizzare altri film negli Stati Uniti: la Spagna è tornata la comfort zone di Pedro Almodóvar. In una recente intervista, il regista ha spiegato infatti come la struttura produttiva americana appaia inutilmente elaborata. «A volte gli americani complicano troppo la loro vita», ha spiegato, sottolineando che le produzioni richiedono spesso team molto più numerosi di quanto ritenga necessario. A 76 anni, anche se l’esperimento hollywoodiano pare concluso, non sembra quindi che il maestro spagnolo abbia alcuna intenzione di smettere di fare cinema.