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Tra sistemi e casualità, identità e alterità, la retrospettiva allo SMAC Venice ripercorre la ricerca di Alighiero Boetti attraverso oltre ottanta opere, restituendo la complessità di una pratica fondata sul rapporto tra idea, processo e forma.
Non sempre l’occhio ci dice tutto. Spesso, infatti, è necessario uscire dagli schemi e capire come semplici lettere, oggetti quotidiani, mappe geografiche e composizioni apparentemente caotiche nascondano concetti molto più ampi, capaci di spingere il pubblico a interrogarsi sul senso della vita. È proprio questo l’aspetto centrale delle opere di Alighiero Boetti, maestri italianoo dell’arte del Secondo dopoguerra. Per celebrarne il lavoro, SMAC Venice presenta Alighiero Boetti, un’ampia retrospettiva che ricostruisce la produzione dell’artista e mette in luce l’ampiezza e la complessità della sua pratica. Il progetto, sviluppato dalla curatrice Elena Geuna e sostenuto da Ben Brown Fine Arts, riunisce circa ottanta opere distribuite in otto sale, coprendo un arco temporale di più di venticinque anni, dalla fine degli anni Sessanta ai primi Novanta.

Concepita come una sorta di “costellazione” che invita lo spettatore ad abitare lo spazio tra idea e forma, ordine e disordine, Alighiero Boetti riflette l’interesse costante dell’artista per la dualità, i sistemi e il processo, seguendo l’evoluzione delle sue idee e mettendo in evidenza le tensioni durature al centro della sua pratica. L’esposizione si apre con una sezione dedicata all’autoritratto e alla questione dell’identità, che appare scissa, riflessa e moltiplicata. Proprio alla fine anni Sessanta, infatti, Boetti inizia ad esplorare il tema del doppio interpretato non come divisione, ma come completamento. La sua logica si basa sull’idea che ogni elemento della realtà esista solo in relazione al suo opposto: due poli distinti ma inseparabili, che vivono uno all’interno dell’altro.

Proseguendo nel percorso espositivo si nota un cambiamento nello stile dell’artista, che si orienta sempre più verso strutture che organizzano la visione e la conoscenza, esponendo al contempo l’instabilità. A partire dai primi anni Settanta, Boetti realizza diverse serie di opere, tra cui i disegni Biro (1972), Ricami (1971) e Mappe (1971). L’artista scompone l’idea di autore unico affidando la realizzazione delle opere a mani artigiane, affinché il tempo e la cultura dell’altro diventino parte integrante del significato dell’opera. Il raddoppiamento si evolve così in un’indagine geopolitica sulla distanza e la conoscenza, dove l’opera accoglie il caso e l’alterità come elementi strutturali fondanti della molteplicità.
Le sezioni finali della mostra si concentrano sugli Aerei (1977), sui Calendari (1974) e sulle opere seriali su carta, realizzate negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Nel loro insieme, queste serie articolano un processo continuo in cui i sistemi vengono attivati solo per rivelare i propri limiti, mettendo in scena uno scambio prolungato, spesso giocoso, tra controllo e casualità.