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Gabriel Bella celebra la bellezza e il destino di Venezia
di Diletta Rostellato

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È una cronaca per immagini della teatralità di Venezia, quella che emerge dalla mostra Bella la vita a Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia fino al 12 aprile.

Con la Fiera della Sensa, Piazza San Marco si propone come un grande mercato, per il Redentore la Laguna si popola di migliaia di imbarcazioni, durante il Carnevale ogni campo e campiello si trasforma in un teatro all’aperto. Nel Settecento Venezia è rinomata come la più intrigante e contraddittoria delle capitali europee. Il pittore Gabriel Bella ne celebra la bellezza, i riti del potere, le feste pubbliche sacre e profane e le occasioni di svago. È una cronaca per immagini della teatralità della città, quella che emerge dalla mostra Bella la vita a Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia fino al prossimo 12 aprile. Il titolo gioca su più livelli: Bella è al tempo stesso aggettivo e cognome dell’artista; la vita richiama la quotidianità come vera protagonista; Venezia è la città che da secoli si racconta e si mette in scena. Le 69 tele della Collezione della Fondazione Querini Stampalia esposte, accompagnate da incisioni settecentesche tratte da Le Arti che vanno per via nella città di Venezia di Gaetano Zompini e da una selezione di filmati dell’Archivio Storico dell’Istituto Luce, girati tra il 1929 e il 1956, sono un’occasione preziosa di riscoprire frammenti e scorci di vita della società nel passato, che altrimenti sarebbero andati perduti. Gabriel Bella (Venezia, 1730?–1799) lavora alle soglie dell’Ottocento, in anni in cui la fotografia sta per cambiare il modo di guardare il reale. Eppure il suo sguardo sembra anticipare quella sensibilità: inquadra, isola, registra. Si muove per calli e campielli come un flâneur instancabile, fermando cerimonie, processioni, mercati e feste con la stessa urgenza di chi sa che quel mondo è destinato a scomparire. E infatti, di lì a poco, la Rivoluzione francese e la caduta della Repubblica avrebbero spazzato via tutto. La sua apparente ingenuità, quasi fumettistica, non è limite ma chiave interpretativa: è la visione popolare di una società regolata da rituali solenni e dall’orgoglio della Serenissima. Le sue tele non sono semplici vedute ma un archivio visivo straordinario, un atlante della liturgia su cui Venezia ha costruito per secoli la propria storia. I filmati in bianco e nero del secolo scorso appartenenti all’Istituto Luce dialogano con le tele settecentesche in modo sorprendente: le processioni religiose degli anni Trenta, le regate storiche, persino il circo con elefanti che attraversa i ponti e le calli, rispecchiano la vitalità caotica e teatrale che Bella aveva già immortalato due secoli prima. È in questo scarto tra memoria dipinta e memoria filmata che la mostra rivela la sua intuizione più profonda: Venezia non è un’icona immobile, ma un corpo vivo con un cuore pulsante.

Immagine in evidenza: Gabriel Bella, Il nuovo ridotto, Fondazione Querini Stampalia

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