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Dopo la scomparsa della curatrice, l’edizione 2026 prosegue la sua eredità concettuale: 111 artisti, altari, processioni e giardini creoli guidano i visitatori in un’esperienza sospesa, fatta di ascolto, memoria e presenza generativa
Nel testo di Koyo Kouoh, che La Biennale di Venezia ha deciso di rispettare come un testamento intellettuale, c’è un passaggio che suona come un invito: rallentare, ascoltare, sintonizzarsi sulle tonalità minori. È da qui che riparte la 61. Esposizione Internazionale d’Arte In Minor Keys, oggi portata a compimento, dopo la prematura scomparsa della curatrice nel maggio 2025, dal team da lei scelto. La novità più evidente non è un cambio di rotta, ma una fedeltà alla linea già tracciata. Il progetto non è stato riformulato né reinterpretato: il canovaccio teorico, la lista degli artisti, l’impianto spaziale e l’identità grafica erano già stati definiti. A Dakar, sotto l’albero di mango del RAW Material Company (il centro per le arti da lei fondato) Kouoh aveva tracciato una geografia relazionale fatta di risonanze più che di rappresentanze e i suoi collaboratori hanno lavorato per mesi per restituire quella partitura senza trasformarla in monumento.

Sono 111 gli artisti invitati, una costellazione di nomi che rifiuta il fragore orchestrale per privilegiare il sussurro, l’oasi, il riposo, in una mostra che non vuole procedere per sezioni, ma per correnti sotterranee che conducono a un tempo sospeso. In “Shrines” (Altari), le opere di Issa Samb e Beverly Buchanan – figure generative e punti di riferimento costanti per la curatrice – si offrono come luoghi di presenza nell’assenza, evocando la saudade e il gesto generativo dell’arte. In dialogo con artisti come Johannes Phokela, Tammy Nguyen e Buhlebezwe Siwani, il percorso si muove come una processione cadenzata da carnevali e ritualità afro-atlantiche, attraversando pratiche come quelle di Big Chief Demond Melancon, Nick Cave, Daniel Lind-Ramos o Ebony G. Patterson, e invitando il pubblico a unirsi al movimento. “Schools”, invece, si rivolge a istituzioni come RAW Material Company, G.A.S. Foundation e il Nairobi Contemporary Art Institute, ecosistemi di apprendimento che intrecciano arte e responsabilità sociale. Luogo ideale dell’universo delineato da Kouoh è il giardino creolo, un’oasi di libertà materiale e immateriale interpretata da nomi quali Ayrson Heráclito, Edouard Duval-Carrié, Werewere Liking e Wangechi Mutu, mentre installazioni di Laurie Anderson, Pauline Oliveros, Tsai Ming-liang e Guadalupe Maravilla trasformano il corpo in veicolo di memoria, resistenza e guarigione.

Non mancano le suggestioni letterarie, da Beloved di Toni Morrison a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, che indicano un attraversamento di soglie, temporali e affettive, in cui il realismo magico alza la temperatura emotiva invece di attenuarla, mentre anche l’allestimento di Wolff Architects contribuisce ad contrastare il frastuono, lavorando sulle soglie attraverso l’impiego di grandi pannelli indaco che segnano il passaggio tra le diverse costellazioni di opere, favorendo un’esperienza più sensoriale che enciclopedica.
In questa edizione non saranno attribuiti i Leoni d’Oro alla carriera: Kouoh non ha fatto in tempo a nominarli. Un’assenza che diventa anch’essa parte della partitura, in un’edizione che rifiuta il rumore, mettendosi all’ascolto – appunto – delle tonalità minori.