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Un viaggio nel vetro muranese tra il 1948 e il 1958, stagione di libertà e invenzione: oltre 180 opere tra design e scultura raccontano tecniche antiche reinventate, nuove lavorazioni e audaci sperimentazioni cromatiche.
Un’epoca straordinaria di grande libertà, inventiva ed entusiasmo dove convivono inedite interpretazioni di antiche tecniche, nuovi processi di lavorazione e sperimentazioni sulla materia con una particolare attenzione alla resa cromatica dell’oggetto. Il terzo capitolo del ciclo espositivo dedicato alla presenza del vetro muranese alla Biennale di Venezia, promosso da Le Stanze del Vetro – progetto di Fondazione Giorgio Cini onlus e Pentagram Stiftung –, si concentra su un decennio cruciale per Murano e per la rinascita dell’arte vetraria nel contesto della manifestazione veneziana: dal 1948, anno della ripresa delle attività dopo la Seconda Guerra mondiale, fino alla fine degli anni Cinquanta, attraversando quindi le edizioni XXIV-XXIX della Biennale. 1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, a cura di Marino Barovier, che apre sull’Isola di San Giorgio il 19 aprile, ricostruisce questo racconto epocale attraverso oltre 180 incredibili opere: sono spesso vetri trasparenti, pesanti sommersi o leggeri soffiati, dalle ricche e intense colorazioni contraddistinti da forme rigorose ispirate al design nordico o da linee morbide e irregolari, mentre altri, lavorati a massello, assumono aspetto scultoreo e notevole plasticità. Protagoniste del periodo furono fornaci “storiche” come Venini, con opere di Fulvio Bianconi e Paolo Venini; Barovier&Toso, con vetri di Ercole Barovier; Seguso Vetri d’arte, con Flavio Poli; Aureliano Toso con Dino Martens; Fratelli Toso con Ermanno Toso o AVEM con le ricerche di Giulio Radi, di Giorgio Ferro e Anzolo Fuga; e la ditta di incisioni S.A.L.I.R. Nel Padiglione Venezia esposero anche vetrerie di più recente costituzione come Gino Cenedese e quelle fondate da abili maestri vetrai come Alfredo Barbini e Archimede Seguso. Parallelamente alcuni artisti, tra cui Ezio Rizzetto, Anzolo Fuga, ma soprattutto lo spazialista Vinicio Vianello, maturarono un particolare interesse per la materia vitrea che venne impiegata come mezzo espressivo. Proprio la ricerca di Vianello risulta emblematica: si concentra su forme asimmetriche e su temi spaziali e nucleari, ponendo al centro il rapporto tra materia, gesto e progetto. Mentre il design afferma la propria autonomia disciplinare, Vianello sviluppa il concetto di “forma variabile”, inteso come dialogo dinamico tra progettazione e produzione artigianale. I suoi vasi di vetro ottengono il Compasso d’oro e il Grand Prix alla 11. Triennale del 1957. Arricchisce la mostra il catalogo, a cura di Marino Barovier e Carla Sonego, frutto di un’accurata ricerca bibliografica e di una approfondita indagine documentaria nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) della Biennale e in archivi pubblici e privati, che illustra con foto d’epoca, disegni e materiale documentario quanto venne esposto alla Biennale in quel periodo.