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Dal 28 marzo all’ex Chiesa di San Lorenzo, Ocean Space e TBA21–Academy presentano Tide of Returns, un’indagine collettiva su quello che accade alle opere d’arte quando vengono restituite alle proprie comunità di appartenenza.
Perseguendo il lungo impegno di TBA21–Academy nel promuovere la conoscenza degli oceani e il dialogo interculturale, Ocean Space riapre il 28 marzo gli spazi monumentali dell’ex Chiesa di San Lorenzo con il progetto Tide of Returns [Onde di Ritorni], ricerca artistica di Repatriates Collective – gruppo composto da artiste/i provenienti dal Pacifico del Nord dell’Australia, dall’Africa Meridionale e Occidentale, dall’Europa e dall’America Latina – che indaga cosa accade quando ai musei europei viene chiesto di restituire le proprie collezioni alle comunità legate culturalmente e storicamente a quelle opere d’arte. Il rimpatrio di questi beni spesso coinvolge fattori politici, storici, legali ed emotivi complessi. Tide of Returns nasce, quindi, come gesto simbolico di rivendicazione e propone un’idea di “ritorno a casa” dei beni culturali che va oltre la dimensione dell’attivismo, ponendo al centro la continuità culturale e il rimpatrio.
Lontano dai linguaggi specialistici della teoria decoloniale, la mostra svela gradualmente e con delicatezza una via di sopravvivenza culturale. Le storie narrate dagli oggetti che compongono le installazioni prendono forma attraverso il linguaggio della terra, del mare e dalle mani di chi le ha realizzate. È anche un ritratto delle possibili relazioni tra umanità e mare, e dei modi in cui le comunità trasmettono queste conoscenze alle nuove generazioni, attraverso sculture in conchiglia, racconti familiari e tradizioni tramandate dalle/gli antenate/i.

L’installazione nella prima navata dell’ex Chiesa di San Lorenzo, che a prima vista appare come una vasta duna, nasce dalla sabbia della terra di Noeleen Lalara, artista senior del centro Anindilyakwa, e dà vita a un paesaggio pulsante popolato da totem, clan e “songlines” (percorsi sonori legati alla geografia e alla memoria culturale delle comunità australiane).
Le bambole indigene realizzate dalla namibiana Laimi Kakololo e dagli artisti del centro Anindilyakwa diventano un coro di messaggeri ancestrali, custodi di memoria e continuità. Nel film, queste figure si animano, mentre nell’installazione i canti risuonano e trasmettono saperi attraverso l’acqua, creando un ponte sonoro tra due continenti diversi, grazie al paesaggio sonoro firmato da Rebekah Wilson. Nella seconda navata, un’installazione tessile-video di Verena Melgarejo Weinandt traccia gesti di appartenenza e guarigione collettiva. Tessuti intrecciati dai toni blu occupano lo spazio, percorsi da trecce nere che richiamano al tempo stesso lo scorrere dell’acqua e le ciocche dei capelli. Inserito in questo manto tessile, un video a tre canali mostra una performance di preparazione, intreccio e lavaggio dei tessuti in un fiume. Attraverso questo atto ciclico – mani che tessono, acqua che purifica – l’opera medita sulla continuità dei corpi idrici, dove i fiumi diventano oceani. L’intreccio tra capelli e corrente evoca la memoria ancestrale, con l’acqua che trasporta storie di cura e resilienza.
Ancora una volta Ocean Space invita a viaggiare anzi a navigare acque “sconosciute” e lontanissime, ma profondamente vive e contemporanee.