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Su frequenze minori

Seguendo il blu indaco attraverso il Padiglione Centrale ai Giardini
di Maria Laura Bidorini

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Alla Biennale Arte 2026, il Padiglione Centrale dei Giardini ospita In Minor Keys, la mostra firmata dalla curatrice Koyo Kouoh: un percorso fra santuari, processioni, riposo e scuole che dà voce agli artisti africani, della diaspora e dei Sud del mondo, tra installazioni sensoriali, memoria coloniale e la forza quieta del margine.

Non era mai successo prima che una curatrice della Biennale morisse appena cinque mesi dopo esser stata nominata, ma Koyo Kouoh, di origini camerunensi, in quel poco tempo è riuscita a definire il progetto, scegliere gli artisti e decidere il bellissimo titolo In Minor Keys. Leggenda vuole che Koyo avesse riunito il team a Dakar, in un giardino ricco di manghi, ogni curatore sceglieva alcuni artisti, quando un nome veniva scelto, cascava un mango, quasi a confermare la loro scelta. La mostra è legata al giardino, alla comunità, al cortile, alle scuole. Il titolo “toni minori” è legato alla musicalità non urlata, al sussurro, alle cose ai margini che poi sono quelle che determinano la storia. Lo sguardo si sposta verso artisti africani e della diaspora, o provenienti dall’Asia e da tutti i Sud del mondo, la presenza europea e nord americana è ridottissima, anche se moltissimi artisti si sono formati in Europa e Stati Uniti. Nella mostra l’aspetto sensoriale è importante, qui si vede, si sente e si annusa: l’odore crea atmosfera, il suono dà una connotazione emotiva ed emozionale. L’allestimento creato dal team Wolff Architects è perfetto, la mostra non è divisa in sezioni, il percorso è fluido, drappi blu indicano le soglie da varcare attraverso la poesia che ritroviamo ovunque.

La mostra comincia già fuori, sul pronao del Padiglione Centrale. Otobong Nkanga ha rivestito le quattro colonne moderniste con mattoni veneziani, vasi in vetro di Murano, piante rampicanti e piccoli rifugi per insetti. Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust trasforma l’architettura celebrativa in un organismo esposto alla crescita e al tempo. La facciata diventa una soglia vivente, il primo segnale della Biennale concepita da Koyo Kouoh, costruita sull’ascolto, sulla cura e sulla capacità della materia di custodire le vite cancellate.
All’interno, gli stendardi color indaco disegnano il ritmo delle sale. Il percorso elaborato da Koyo Kouoh si articola attraverso quattro atmosfere: santuari, processioni, riposo e scuole. Conviene lasciarsi guidare dalle risonanze. Entriamo in uno spazio blu (il blu indaco ci seguirà lungo tutto il percorso, qui e all’Arsenale). Al centro irrompe Amistad Takeover di Big Chief Demond Melancon, un gigantesco abito cerimoniale arancione, coperto di piume di struzzo, perline e ricami. Appartiene alla tradizione del Black Masking di New Orleans e racconta la rivolta del 1839 sulla goletta La Amistad. Sengbe Pieh, conosciuto anche come Joseph Cinque, compare mentre assume il controllo della nave. L’abbigliamento diventa archivio storico, scultura da indossare e corpo collettivo, la memoria acquista il ritmo di una processione.

Amistad Takeover, Big Chief Demond Melancon © Andrea Avezzù

Poco oltre si entra idealmente nel cortile-studio di Issa Samb, artista, poeta e animatore del Laboratoire Agit Art di Dakar. Bambole, maschere, vestiti sospesi, parti di elettrodomestici e oggetti raccolti compongono un ambiente refrattario alla compostezza museale. Le cose sembrano ancora coinvolte in conversazioni e rituali. La sezione dedicata a Samb funziona come un santuario laico. A lui si affianca Beverly Buchanan, le cui costruzioni anti-monumentali, shacks, evocano abitazioni precarie, comunità afroamericane e luoghi segnati da memorie irrisolte. Le due aree chiariscono uno dei nuclei di In Minor Keys, qui l’opera vive dentro una rete di relazioni e continua a generare incontri oltre la scomparsa del suo autore.
La terracotta introduce in un territorio popolato da presenze incerte. Seyni Awa Camara modella esseri con piedi larghi, occhi sporgenti e anatomie sospese fra l’umano e l’animale. Provengono dai sogni dell’artista e dalla tradizione ceramica della Casamance. Nella grande assemblea di Celia Vásquez Yui, gli animali della foresta amazzonica formano un consiglio. Ogni specie possiede, secondo la cosmologia Shipibo, uno spirito materno. Le sculture guardano chi le guarda e suggeriscono una politica interspecifica fondata sui diritti della natura. La mostra cambia scala con Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak. Nel monumentale acquerello dedicato a Koyo Kouoh e Toni Morrison (le prime donna africana a curare la Biennale Arte e la prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura), le due figure emergono fra magnolie e segni votivi, ingrandite fino ad assumere l’autorità di icone.

Seyni Awa Camara © Andrea Avezzù

Le basse frequenze del paesaggio sonoro di Malak attraversano la sala e trasformano il ritratto in una presenza fisica. Il lutto per la curatrice si lega alla gratitudine, alla genealogia delle donne nere e alla capacità delle voci di sopravvivere attraverso altre voci.
Con Wangechi Mutu si entra in un Eden ricostruito da una prospettiva africana ed eco-femminista. Un’enorme scopa di rami e capelli sposta terra rossa e fondi di caffè disegnando cerchi; una forma simile a un ventre gravido occupa il suolo; corna, cristalli, libri e figure ibride compongono una cosmologia della creazione. Il giardino originario diventa uno spazio da curare incessantemente, attraversato dalla forza generativa del femminile.
Le sale successive alternano memoria privata e contro archivio. Sohrab Hura dispone fittamente i suoi pastelli: abbracci, animali domestici, stanze e corpi in lutto trasformano la vita quotidiana in un diario emotivo. Vera Tamari affida a centinaia di piccoli ulivi d’argilla la fragilità del paesaggio palestinese. Pio Abad ridisegna manufatti saccheggiati e conservati nei musei occidentali, facendo riemergere storie di appropriazione coloniale.

Denniston Hill, ph. Andrea Avezzù

Adebunmi Gbadebo usa terra rossa proveniente dai luoghi di sepoltura della piantagione True Blue, insieme a riso e capelli, per creare recipienti funerari dedicati agli antenati schiavizzati, Hala Schoukair rivisita le passeggiate nel bosco con la nonna artista, Leonilda Gonzales disegna spose rivoluzionarie, vittime delle discriminazioni, Sammy Baloji scolpisce statue simili alle antiche sculture rubate sotto il colonialismo belga, Buhlebezwe Siwani utilizza il sapone verde per sculture di corpi femminili marginalizzati. Il percorso termina negli spazi delle Scuole, affidati a istituzioni artistiche nate dal basso come Denniston Hill e il Nairobi Contemporary Art Institute. Qui è possibile sedersi, leggere, discutere e sostare. L’esposizione rinuncia alla corsa enciclopedica fra un’opera e l’altra e restituisce valore alla pausa. Il Padiglione Centrale diventa anche una struttura di ospitalità, dove il museo rallenta, la storia si lascia interrogare dagli oggetti e le tonalità minori acquistano la forza quieta di una comunità in ascolto.

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