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Al piano superiore di Palazzo Grassi, a cura di Jean-Marie Gallais per Pinault Collection, Amar Kanwar presenta The Peacock’s Graveyard (2023), un’installazione che condensa oltre trent’anni di ricerca tra cinema documentario, archivio e sperimentazione visiva.
Nato nel 1964 a Nuova Delhi, Kanwar occupa una posizione centrale nel panorama artistico internazionale per la capacità di coniugare indagine politica e tensione lirica, memoria storica e meditazione filosofica. L’opera si impone come fulcro del percorso espositivo. Sette schermi distribuiti nello spazio compongono una grande installa zione video in cui le immagini emergono e si dissolvono con ritmo alternato e simultaneo. Non vi è una progressione narrativa lineare: Kanwar definisce la sequenza un “haiku visivo”, una costellazione di frammenti autonomi che, accostati, producono senso per giustap posizione. Il visitatore attraversa così un paesaggio visivo astratto, sospeso, dove la temporalità si distende e si contrae. Alle immagini si sovrappongono testi scritti dall’artista, racconti che attingono a tradizioni orali, memorie collettive e risonanze autobiografiche. Ne emerge una riflessione sulle forme di sapere non canoniche e sulla possibilità di elaborare nuovi strumenti di resistenza e riconciliazione.
Dal punto di vista formale, The Peacock’s Graveyard segna un’evoluzione rispetto alle precedenti strategie documentarie dell’artista. Il montaggio non mira più a dimostrare o denunciare; costruisce piuttosto una tessitura meditativa che suggerisce la necessità di riorganizzare il pensiero. Kanwar propone una ricalibratura metafisi ca dello sguardo, un esercizio di attenzione capace di sottrarsi alla polarizzazione brutale delle verità contrapposte che caratterizza il presente.
L’opera viene concepita come insieme di storie da accompagnare alla vita quotidiana, strumenti per interrogare l’arroganza del potere, le illusioni collettive, le derive violente che attraversano le società contemporanee.

Le radici di questa ricerca affondano nella storia post-coloniale del subcontinente indiano e nelle ferite ancora aperte della Partizione del 1947. Kanwar analizza nei suoi lavori le dinamiche di potere, le migrazioni forzate, i conflitti tra India e Pakistan, le violazioni dei diritti umani e ambientali legate ai processi di sviluppo economico. L’origine della sua traiettoria artistica viene ricondotta a due eventi del 1984, quando era studente di storia a Nuova Delhi: l’assassinio di Indira Gandhi e le violenze contro la comunità sikh; il disastro industriale di Bhopal, causato dalla fuga di gas tossici in un impianto chimico. Da quel momento l’attivismo politico si intreccia con il cinema documentario, in un percorso di raccolta di testimonianze e realizzazione di archivi visivi. Opere come A Season Outside (1997), dedicata alla militarizzazione del confine indo-pakistano, The Torn First Page (2004-2008), sulla resistenza birmana, The Lightning Testimonies (2007), centrata sulle esperienze di donne vittime di stupro, e To Remember (2008), che rilegge il pensiero non violento di Gandhi, delineano una pratica coerente che coniuga indagine storica e narrazione poetica.
Nel contesto veneziano, questi lavori compongono un quadro organico della pratica di Kanwar. L’arte si configura come strumento di analisi e presa di posizione, capace di illuminare movimenti locali di opposizione all’espropriazione delle terre, episodi di corruzione istituzionale, conflitti sociali e ambientali. A Palazzo Grassi, la medita zione sull’impermanenza si traduce in un invito a ripensare ideologie e solidarietà, in un esercizio di lucidità che affida alle immagini la responsabilità di aprire spazi di possibilità.