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Apre il 28 marzo alla Casa dei Tre Oci di Venezia la mostra The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero dedicata a Joseph Kosuth, figura centrale dell’arte concettuale. Curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli, l’esposizione rimane visitabile fino al 22 novembre.
In una continua trasmigrazione tra significante e significato la ricerca artistica di Joseph Kosuth “gioca” sin dagli anni Sessanta con le molteplici potenzialità del linguaggio elevandolo visivamente ad opera d’arte e caricandolo allo stesso tempo della forza del suo contenuto espressivo. La nuova mostra che Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe dedicano all’artista concettuale americano nella sede della Casa dei Tre Oci alla Giudecca, già nel titolo – apparentemente criptico – The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero (Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero), esplora, attraverso un’installazione al neon dove pulsa la scritta “A Chain of Resemblance” che corre lungo le pareti d’ingresso del pianterreno, quanto il significato possa essere plasmato sia dal contesto in cui è inserito sia dalle parole che lo esplicitano.
Basandosi sul pensiero del filosofo francese Michel Foucault, da cui nasce la citazione, svela come l’opera non sia mai neutrale rispetto all’ambiente in cui è collocata, ma ne diventi parte integrante. Curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli, l’esposizione propone nell’allestimento del primo piano lavori storici risalenti agli anni Sessanta quando l’opera si presentava quale sintesi tra oggetto, immagine che lo rappresentava, e testo che lo esplicitava.
In questo caso, in One and three Mirrors (1965) anche lo spettatore ne diviene parte e attraverso il suo riflesso nello specchio carica di una ulteriore valenza l’uso che dello stesso se ne fa, riferendosi alle teorie del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. L’utilizzo diviene percezione e dunque consapevolezza, ma allo stesso tempo attraverso la scelta del titolo Kosuth afferma tautologicamente che l’opera è semplice mente quello che rappresenta, scompaginando le regole del gioco dell’arte del secondo dopoguerra.

Nelle tre sale adiacenti è proposto un altro tema ricorrente nella pratica dell’artista, che è la messa in discussione del concetto di autorialità; dal radicale ripensamento di pubblico fruitore, comunità e collaborazione attraverso opere quali Fifth investigations (1969), Text/Context (1978/79) e Where are you standing? (1976), fino al poster realizzato per la Biennale del 1976 quale espressione, all’epoca, di un collettivo internazionale. In uno spazio pubblico in città verrà installato un manifesto del 1970, The Seventh Investigation.
L’artista, nato in Ohio ma di origini ungheresi da parte paterna, mantiene un legame forte con Venezia dove ha vissuto tra il 2021 e 2025, ma era già presente negli anni ‘90 partecipando otto volte alla Biennale. Nel 1993 espose nel Padiglione dell’Ungheria con un intervento che gli valse Menzione d’onore, nel 1997 realizzò per la facciata della Querini Stampalia un’istallazione permanente dove a caratteri luminosi, terra aria e acqua, elementi primordiali, dialogano col ponte di Carlo Scarpa e dietro al titolo The Material of Ornament fanno riflettere ancora una volta sul ruolo dell’arte e la sua conservazione nel futuro. Fino a trasferirsi, in un ideale omaggio all’architetto veneziano, nell’Aula Baratto di Ca’ Foscari con To Invent Relations (For Carlo Scarpa), commissionatagli nel 2016 dalla Biennale Architettura. Che valore ha dunque attualmente il linguaggio per il padre dell’arte concettuale? È nata prima la parola o le immagini? Quasi a riscoprire l’istintivo bisogno dell’uomo di esprimersi, l’arte di Joseph Kosuth si pone oggi come non mai quale mezzo di comunicazione per abbattere le barriere dell’incomprensione.