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Il latte dei sogni
Spesso descritta come una reliquia in rovina, Venezia oggi rivela un volto diverso: tra restauri, nuove architetture e progetti sostenibili la città risponde al mito del declino con segni concreti di trasformazione, incluso il lascito di questa Biennale.
Venezia è città di cui si dice spesso essere ingessata nelle sue stesse rovine. Un romanticismo negativo che non può che suscitare imbarazzo e sdegno e che certamente deve molto agli scritti di John Ruskin. Ne Le Pietre di Venezia egli la descrive nella sua decadenza come «un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, così silenziosa, così spoglia di tutto all’infuori della sua bellezza». Una città senza speranza, la cui salvezza sembra affidata soltanto alle sue narrazioni. «Vorrei tentare di tracciare le linee di questa immagine prima che vada perduta per sempre – scrive Ruskin – [mentre le onde] battono inesorabili contro le sue pietre, simili ai rintocchi della campana a morto». È anche rispetto a questa narrazione apocalittica che la Biennale 2025 offre una prospettiva di futuro più coraggiosa. Non solo perché il catalogo ospita un prezioso dialogo immaginario tra lo scrittore e critico britannico (di epoca vittoriana) e il venezianissimo Andrea Rinaldo (oggi tra i massimi esperti mondiali di idrologia) che ribalta la nostalgia retorica del ruinismo in un appello al rigoroso lavoro scientifico e politico che la città è chiamata a compiere rinnovando le quotidiane e ancestrali pratiche di convivenza con l’acqua e di protezione dei suoi movimenti, ma anche perché a Venezia il lavoro materiale su ‘nuova’ architettura è costante e denso. Basti qui nominare due progetti inaugurati negli ultimi mesi. Anzitutto il poetico ristorante ABC Zattere della Scuola Piccole Zattere a Dorsoduro progettato da Fosbury Architecture (il collettivo che curò il Padiglione Italia nel 2023), che ridefinisce la contemporaneità veneziana ripensando gli spazi della convivialità.
Ma anche, poco distante, l’elegante progetto di Lissoni per Casa Sanlorenzo, in cui il nuovo ponte – spazio pubblico veneziano per eccellenza – diventa dimostrazione di una domesticità intima che trasforma il passaggio sull’acqua in un interno di lusso essenziale. Accanto a questi interventi, che raccontano la vitalità del dibattito architettonico, anche la Biennale presenta un certo numero di cantieri aperti. Quest’anno non sono pochi i Padiglioni che hanno scelto di riflettere su se stessi: come occasione di avvio di un restauro, di celebrazione della propria storia o di annuncio di un’imminente realizzazione. Emblematica a riguardo la proposta della Danimarca, che ha fatto del restauro l’oggetto stesso di una mostra senza dubbio significativa. Ma anche i Padiglioni di Francia, Finlandia, Uruguay, Giappone, Svizzera e Corea sono variamente impegnati nel racconto della propria ristrutturazione e della storia di ‘oggetti’ che, come nel caso del Padiglione finlandese di Aalto, sono fragili gioielli di quell’ampio e disarticolato progetto incarnato dai Giardini. Riaperture che incuriosiscono e che richiedono ancora qualche mese per essere osservate più approfonditamente. Particolarmente significativo è, naturalmente, il caso del Padiglione Centrale, quest’anno chiuso per lavori che prevedono non solo l’adeguamento di impianti e infrastrutture, ma anche il restauro della preziosa cupola di Chini e la realizzazione di una nuova caffetteria. Accanto sorgerà il nuovo Padiglione del Qatar progettato da Lina Ghotmeh Architecture, lo studio fondato dall’architetta libanese che negli ultimi anni sta firmando alcuni dei progetti più interessanti a livello internazionale: superfici disadorne, un’architettura fatta di tracce profonde, connessioni che sembrano affondare fino al centro della terra. Un’architettura tutt’altro che incerta, che segna un’importante trasformazione dei Giardini. Appena fuori dal labirinto dei Padiglioni, non lontano dal piccolo capolavoro di Scarpa per la biglietteria (che quest’anno ospitava un progetto di Giulia Foscari), è invece sorta la nuova e ampia biglietteria della Biennale, un edificio che ha scelto un profilo silenzioso, nato dal recupero di alcuni complessi abbandonati – una serra, un magazzino – oggi tenuti insieme da una nuova copertura e da un leggero portico. A completare questo programma di interventi c’è anche il nuovo Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee, concepito come ampliamento del già vivace Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale (ASAC). La nuova sede, che sorgerà all’interno dell’Arsenale, sarà destinata ad accogliere fondi e materiali di grande rilievo per lo studio e la conservazione delle arti contemporanee. Della Biennale Architettura di quest’anno resterà invece poco o nulla. Una delle missioni di Carlo Ratti era infatti quella di spingere i partecipanti a progettare fin dall’inizio la dismissione delle proprie installazioni, limitando al massimo i rifiuti edili, puntando a pratiche di decostruzione semplificata, elaborando modelli di riuso e riciclo dei materiali impiegati. Così, ad esempio, i pannelli dell’allestimento, realizzati in legno riciclato, saranno a fine Mostra triturati e riutilizzati per produrre altri materiali. Nell’incessante trasformazione della città materiale un altro cantiere è ormai prossimo alla chiusura. È quello del restauro di Piazza San Marco, che ha portato alla luce i resti di un castello medievale, altro tassello di una storia della città e della sua architettura che continua a cambiare e reinventarsi. Tutt’altro che una reliquia.