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La coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana presenta alla 20. Biennale Danza Fampitaha, fampita, fampitàna, una creazione che fonde corpo, memoria e storia per indagare le tracce della diaspora e il rapporto con le proprie origini.
La danzatrice e coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana cerca un vocabolario capace di tenere insieme corpi e storia, per capire cosa li lega e cosa li separa.
Nata in Madagascar, cresciuta in Francia e oggi di base a Bruxelles, dopo la formazione al Conservatorio di Parigi ha lavorato con James Thierrée, Salia Sanou e Anne Teresa De Keersmaeker prima di firmare nel 2021 il suo primo assolo, g r oo v e, andato in scena più di cinquanta volte tra Europa, Canada e Asia.

Fampitaha, fampita, fampitàna è il secondo capitolo di un dittico iniziato con la creazione radiofonica Rouge Cratère, nata da un viaggio dell’autrice in Madagascar e da una raccolta di voci e testimonianze sulle conseguenze della colonizzazione sui corpi. In malgascio i tre termini del titolo significano “paragone, trasmissione, rivalità”.
Sul palco si muovono le danzatrici e il danzatore Audrey Mérilus, Stanley Ollivier ed Elsy Robert, insieme al polistrumentista Joël Rabesolo, autore anche delle musiche: quattro corpi che si misurano, si scelgono a vicenda e si liberano degli strati di violenza che li hanno formati. Indossano abiti d’epoca e stivali argentati, e si muovono tra tappeti che disegnano sul pavimento la forma di un arcipelago.

La frase di footwork porta la firma di Jérémie Polin Razanaparany, detto Raza; la drammaturgia è di Lily Brieu Nguyen, le luci di Marie-Christine Soma, i costumi di Harilay Rabenjamina.
Lo spettacolo, presentato in prima assoluta al Festival d’Automne di Parigi nel 2024, ora in prima nazionale alla 20. Biennale Danza, costruisce una linea di dialogo tra i figli delle diaspore e i loro luoghi di origine: un racconto plurale in cui la frantumazione di queste storie pesa quanto la loro riappropriazione. Prende corpo, davanti al pubblico, la vicenda di chi non avrebbe mai lasciato la propria isola e che, insieme agli altri, oppone all’esilio una sfilata.