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Fino al 6 aprile a Palazzo Fortuny una selezione di opere di Antonio Scaccabarozzi dialoga con gli spazi storici della dimora di Mariano Fortuny nella mostra Diafanés.
Io sono un “uomo libero”, ripeteva di continuo Antonio Scaccabarozzi a sua moglie Anastasia Rouchota, portavoce della sua opera e curatrice del suo archivio. È lei a raccontarlo il giorno dell’inaugurazione della mostra Diafanés a Palazzo Fortuny, mentre attraversiamo gli spazi diafani, trasparenti e translucidi delle sue opere, circa una ventina selezionati per l’occasione veneziana. Una dichiarazione che suona come una chiave di lettura, quasi un manifesto, e che sembra incarnarsi fisicamente nelle architetture leggere e sospese che abitano Palazzo Pesaro degli Orfei, casa di Mariano Fortuny.
Questa necessità di liberarsi – che nel tempo si trasforma in una rigorosa coerenza espressiva – si coglie immediatamente nella leggerezza delle strutture in propilene appese alle pareti, nelle superfici traslucide, nelle stratificazioni plastiche aeree che modulano lo spazio architettonico e la luce. Del resto, le opere di Scaccabarozzi non si impongono mai: piuttosto, chiedono di essere attraversate dallo sguardo, lasciando che la percezione si costruisca lentamente, in modo attivo e personale.
Anche le quantità sono ormai definitivamente libere. Nel suo percorso, che dal Concretismo lo ha condotto alla pittura analitica e al minimalismo, Scaccabarozzi, infatti, ha continuamente ricercato una riduzione progressiva degli elementi. La sua è una ricerca tesa all’essenziale, ma che non è mai puramente concettuale e non rinuncia alla dimensione poetica, sensibile e tattile.

Linee, spazi, quantità di colore diventano così strumenti sempre più evanescenti, mezzi attraverso cui attivare quello che l’artista definiva un “occhio altro”: uno sguardo capace di andare oltre la superficie, di cogliere variazioni minime, trasparenze, passaggi di luce. In questo senso, l’opera non è mai un oggetto concluso, ma un campo percettivo aperto, che si completa solo nella relazione con chi guarda.
«Creare un’opera è come fare un picnic», diceva Scaccabarozzi, come spiega Anastasia con un sorriso. Un’immagine semplice, quasi disarmante, che restituisce bene l’idea di una pratica artistica fondata sulla condivisione e sulla partecipazione. In tal modo, la fruizione diventa parte integrante del lavoro: la partecipazione emotiva dello spettatore è creativa e costituisce essa stessa una componente dell’opera. Dunque, l’essenzialità necessitata del linguaggio di Scaccabarozzi diventa funzionale al senso profondo e sperimentale del suo lavoro, che nelle sale di Palazzo Fortuny dialoga perfettamente con lo spazio di un luogo storicamente votato alla sperimentazione di materiali e di luce. In queste sale le sue Banchise trovano una collocazione naturale.
Diafanés non è soltanto una mostra, ma un’esperienza percettiva che invita a rallentare, osservare e lasciarsi attraversare dalla luce, riaffermando la libertà come condizione imprescindibile dell’arte.