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Kaouther Ben Hania porta al cinema la storia di Hind Rajab, in una pellicola prodotta da Brad Pitt e Joaquin Phoenix che alla Mostra del Cinema ha scosso le coscienze del pubblico di tutto il mondo.
The Voice of Hind Rajab non va visto solo come un instant movie urgente e potentissimo. Guardatelo come un’opera cinematografica che fa appello alla transmedialità per forare la coltre di dati che ci chiude in una bolla. L’impossibilità da parte degli operatori sanitari di intervenire, di essere presenti fisicamente per aiutare un altro essere umano, coincide con la nostra immobilità travestita da ubiquità prodotta dai social media.
Quando ho sentito per la prima volta la voce di Hind Rajab, era più che una semplice voce: era la voce di Gaza stessa, che gridava aiuto. Ed è per questo che il cinema, l’arte e ogni forma di espressione sono così importanti: per dare a queste persone una voce e un volto.
I sottili scarti temporali che rimandano ad un tempo ‘altro’ rspetto al tempo della narrazione sono un appello diretto allo spettatore: funzionano come gli sguardi in macchina. L’audio originale della bimba che chiede aiuto è la fotografia sonora della nostra intempestività. Della distonia tra bisogno e azione, tra empatia e comportamento. Ed è curioso che il dardo scagliato nel cuore dello spettatore, come ne La zona di interesse, sia affidato al sonoro. Ad un fuori campo sonoro che oblitera il principio ordinatore del visivo (il logos del film), per consegnaci all’immediatezza acustica ed emozionale svincolata dalla logica, insintiva, subitanea.
La voce di Hind Rajab è una musica che non si può non sentire.