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Dal 28 marzo al 22 novembre Pinault Collection dedica a Lorna Simpson la mostra Third Person a Punta della Dogana, ampia personale curata da Emma Lavigne che riunisce circa cinquanta opere tra pittura, collage, video, sculture e installazioni.
Pinault Collection a Punta della Dogana dedica a Lorna Simpson una vasta personale, realizzata in collaborazione con il Metropoli tan Museum of Art, dove nel 2025 era stata presentata una prima versione del progetto con il titolo Source Notes. Curata da Emma Lavigne in dialogo diretto con l’artista, la mostra veneziana intitolata Third Person, offre per la prima volta in Europa una panoramica di tale ampiezza dedicata alla sua produzione pittorica dell’ultimo decennio, affiancata da collage, video, sculture e installazioni. Circa cinquanta opere, provenienti da collezioni internazionali e dallo studio dell’artista, compongono un percorso concepito specificamente per la spazialità austera e luminosa di Punta della Dogana.
Lorna Simpson, nata a Brooklyn nel 1960, si afferma alla metà degli anni Ottanta con un lavoro che ridefinisce la fotografia concettuale americana. Le sue immagini di figure nere non identificate, spesso accompagnate da brevi testi frammentari, disinnescano la pretesa trasparenza del vedere. Il corpo compare, e insieme si sottrae. Il testo interviene, e destabilizza. Lo spettatore viene spinto a interrogare le proprie abitudini percettive, i propri automatismi culturali. Fin dagli esordi, Simpson indaga i meccanismi attraverso cui razza e genere modellano la costruzione dell’immagine negli Stati Uniti.
L’abito bianco che ricorre nei primi lavori, concepito durante i soggiorni di formazione in Italia, funziona come segno ambivalente: uniforma, astrae, sospende l’identità; allo stesso tempo attiva la memoria materiale del cotone, legata alla storia economica della schiavitù nel Sud americano. In queste opere l’abbigliamento diventa un dispositivo silenzioso di controllo e sorveglianza simbolica. Il riconoscimento istituzionale è precoce.

Nel 1990 il MoMA le dedica Projects 23, prima personale del museo riservata a un’artista nera. In quegli anni i capelli diventano superficie densa di significati politici e culturali. In lavori come 1978–88 le immagini di acconciature intrecciate sono accompagnate da parole che evocano gesti ripetitivi – tessere, tirare, ripartire – introducendo una dimensione temporale che rimanda alla durata e alla sedimentazione dell’esperienza. Negli anni 2000 la riflessione si estende al riuso dell’archivio. Nella serie 1957–2009 Simpson lavora su fotografie trovate online, disponendo in griglia immagini anonime di una donna nera e affiancandole a proprie pose imitate e alterate. Il risultato non è un autoritratto, bensì un esercizio di distanza critica che smonta la costruzione mediatica del corpo femminile. A partire dal 2016, il confronto con gli archivi della rivista Ebony apre una fase ulteriore. I collage nati da quel materiale funzionano come “appunti di fonte”: frammenti visivi che mettono in tensione memoria collettiva e narrazione dominante.

In mostra, un’installazione composta da quaranta collage rende evidente questo laboratorio iconografico. Dal 2010 la pittura assume un ruolo centrale. Le tele presentate in mostra includono lavori realizzati per la 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2015, curata da Okwui Enwezor, insieme a opere inedite concepite per questa occasione. I dipinti conducono lo sguardo in zone di instabilità: composizioni dense attraversate da figure enigmatiche e tensioni politiche evocano sollevamenti e repressioni. Una serie di paesaggi artici, ricostruiti a partire da archivi di spedizioni, si dispiega in gamme di blu notturni e grigi glaciali. L’elemento naturale – acqua, ghiaccio, nuvole, polvere – diventa metafora di trasformazione e cancellazione. Questi scenari sospesi oscillano tra documento storico e immaginazione pittorica, interrogando l’idea stessa di testimonianza.