Alla vigilia del debutto di Mirandolina, coproduzione tra Teatro Stabile del Veneto, Abbey Theatre di Dublino e Teatro Nazionale Croato di Rijeka, Marina Carr racconta la sua riscrittura de La locandiera di Carlo Goldoni, tra dialogo tra culture, riflessione sulla violenza di genere e nuove prospettive sul femminile e sul maschile nel teatro europeo contemporaneo.
In molte parti del mondo assistiamo a un palese disprezzo per i diritti e le libertà delle donne. In qualsiasi società che si definisca umana, questo non dovrebbe accadere
Le Olimpiadi, simbolo di incontro tra i diversi Paesi del mondo, e la tradizione e le radici della terra che le ospita: nasce da questa fusione “glocal” l’idea di riprendere Carlo Goldoni, padre del teatro veneto, e di mettere in gioco un meccanismo di trasformazione contemporanea de La locandiera. Il risultato, che a giorni verrà svelato, è Mirandolina, una coproduzione internazionale firmata dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale con l’Abbey Theatre – Teatro Nazionale d’Irlanda e il Teatro Nazionale Croato di Fiume – HNK Rijeka. Il nuovo testo ambientato ai nostri giorni è stato affidato a una delle voci più potenti e originali del teatro europeo contemporaneo, l’irlandese Marina Carr. In una mirabile sintesi di elementi tradizionali con altri propri del canone classico, Carr affronta temi quali l’abbandono, il tradimento, la vendetta, l’emarginazione, la violenza, in una chiave di lettura attualissima. Le connessioni tra epoche – il ‘700 goldoniano e il presente – e culture – quella italiana e quella irlandese – crea ulteriori agganci e chiavi di lettura all’interno di una scrittura intensa e asciutta, che indaga senza lasciare scampo gli abissi dell’animo umano. La pièce è ambientata in una locanda di Dublino, dove Mirandolina lavora a contatto con uomini che la bramano e sono disposti a tutto pur di sottometterla al loro volere. L’intelligenza della giovane le permette di tener testa a tutti i suoi spasimanti. Con maestria e ironia Mirandolina si fa persino beffe di loro. Ma il volere maschile non assecondato si dimostra capace di gesti terribili, tramutandosi in crudele violenza. Il progetto è interamente realizzato tra l’Irlanda e il Veneto: oltre alla drammaturgia della Carr, la regia è affidata a Caitríona McLaughlin che guida un cast di attori e attrici italiane. A vestire i panni di Mirandolina è Gaja Masciale, sul palcoscenico con Alex Cendron, Denis Fasolo, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Giancarlo Previati, Massimo Scola, Andrea Tich e Sandra Toffolatti. Lo spettacolo, in italiano sovratitolato in inglese, è realizzato nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026 e, dopo la presentazione alla stampa svoltasi a Treviso il 28 gennaio scorso, sarà rappresentata al Teatro Dal Monaco di Treviso (5-8 febbraio), al Teatro Goldoni di Venezia (13-15 febbraio) e al Teatro Verdi di Padova (17-22 febbraio), per poi seguire a Verona, a Rijeka in Croazia, a Milano e Dublino.A pochi giorni dalla prima, abbiamo potuto incontrare Marina Carr.

Uno spettacolo, fortemente voluto dal direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto, Filippo Dini, che si inserisce nel programma ufficiale delle Olimpiadi della Cultura Milano-Cortina 2026, che debutta il 5 febbraio al Teatro Del Monaco di Treviso, alla vigilia dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali. Come sta vivendo questi momenti prima del debutto?
Sono giornate davvero emozionanti. Ho partecipato alla prima settimana di prove e tornerò il 26 per l’ultima. È sempre stimolante e divertente ascoltare gli attori parlare dei loro ruoli: sono un’ottima compagnia. Inoltre, mi sento molto fortunata di poter lavorare di nuovo con la regista Caitríona McLaughlin. Senza contare il piacere aggiunto di trovarmi a Treviso, una città incantevole e piacevolmente esplorabile a piedi.
Quali sono gli ingredienti fondamentali per la creazione di uno spettacolo in coproduzione internazionale (Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Abbey Theatre di Dublino – Teatro Nazionale d’Irlanda e Teatro Nazionale di Fiume, HNK Rijeka, Croazia)?
Gli ingredienti essenziali sono fiducia reciproca e numerose conversazioni sul lavoro che stiamo portando avanti. I direttori artistici, Filippo Dini e Caitríona McLaughlin, sono straordinari: fin dall’inizio si sono mostrati aperti al confronto e fonte continua di ispirazione, creando un ambiente in cui tutti noi possiamo esprimerci liberamente e al meglio.
Più che il testo di Carlo Goldoni, sono i caratteri dei personaggi de La locandiera i veri protagonisti di Mirandolina. Com’è nata l’idea di questa nuova riscrittura? E quali tracce di modernità ha riscontrato nel testo del drammaturgo veneziano?
I personaggi di Goldoni sono vivi e vibranti. Il dialogo tra i sessi è un tema eterno e le opere di Goldoni sotto questo aspetto sono davvero straordinarie.

Per Goldoni, Mirandolina incarnava il prototipo della “donna nuova”, non più una Colombina al soldo del padrone, ma una donna indipendente e determinata. Un’apertura al futuro. Lei, ora che il futuro si è compiuto, mostra tutta la precarietà, la fragilità e la disillusione di un’umanità maschile e femminile, sempre più distante. Quale idea di femminile e di maschile emerge dalla nuova Mirandolina?
Penso che a emergere sia soprattutto la differenza tra uomini e donne: ciò che gli uomini vogliono, ciò che le donne vogliono, le nostre supposizioni e i nostri pregiudizi nei confronti dell’altro. Ma anche la continua battaglia per l’uguaglianza in una guerra tra i generi sempre più divisa e inasprita.
Quali altre suggestioni letterarie, di altri linguaggi, della realtà stessa, si intrecciano in scena?
Le mie influenze letterarie provengono da ogni parte: teatro, poesia, prosa, pittura, cinema. Ho i miei autori preferiti, ma cambiano ogni cinque minuti. Virginia Woolf rimane una costante, mentre altri vanno e vengono. In questo momento sto leggendo The Blue Flower di Penelope Fitzgerald. Amo Tolstoj, Emily Brontë, Anne Carson, Beckett, Tennessee Williams. Leggo anche molta mitologia e ho sempre a portata di mano un volume di Yeats.
Dalla sceneggiatura alla messa in scena. Mirandolina è frutto di una stretta collaborazione tra lei e la regista Caitríona McLaughlin, direttore artistico dell’Abbey Theatre di Dublino. Quali gli elementi salienti di questo processo creativo condiviso?
Lavoro costantemente a stretto contatto con Caitríona, che per me rappresenta un punto di confronto fondamentale e una fonte continua di ispirazione. A questo punto della nostra collaborazione abbiamo sviluppato un linguaggio tutto nostro, un modo di capirci al volo. Adoro il modo in cui prende in mano lo spettacolo e lo rende completamente suo. È un’artista di grande visione e apprezzo profondamente il tempo che passo lavorando con lei.

La scelta degli attori, tutti italiani, giovani e assolutamente talentuosi, in primis Gaja Masciale con Alex Cendron, Denis Fasolo, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Giancarlo Previati, Massimo Scola, Andrea Tich e Sandra Toffolatti. Quali sono state le sue indicazioni nella restituzione del testo?
Parlo con gli attori del background dei loro personaggi e rispondo, per quanto posso, sul significato delle battute quando richiesto. In realtà non fornisco molte indicazioni, perché sono tutti molto preparati e capaci di svolgere il lavoro necessario in autonomia, avendo anche Caitríona come guida.
La nuova Mirandolina sarà occasione anche per un forte impegno sociale contro la violenza di genere. Quale il messaggio che ha voluto manifestare attraverso la sua scrittura potente e asciutta?
La violenza contro le donne ci riguarda tutti. È sempre sconvolgente e terrificante quando si verifica. Il fatto che le donne siano spesso bersaglio della rabbia e dell’iper aggressività maschile sembra essere radicato nella struttura stessa della società. In molte parti del mondo assistiamo a un palese disprezzo per i diritti e le libertà delle donne. In qualsiasi società che si definisca umana, questo non dovrebbe accadere.

Il teatro sembra mostrare una costante vitalità che a differenza del cinema può ritenersi stabile. Lei è una delle più importanti drammaturghe del panorama internazionale, come considera la situazione del teatro contemporaneo in Europa? E quali le direzioni necessarie da percorrere?
Non so bene come rispondere, perché penso che il teatro si trovi in uno stato molto precario. C’è un appiattimento della nostra sensibilità, un’impazienza e un rifiuto di ciò che non è immediatamente spiegabile. Stiamo perdendo la capacità di comprendere la metafora. Esaltiamo la ragione a scapito dell’immaginazione e, durante tutto questo tempo, non abbiamo idea di chi siamo. Per citare Novalis: «Essere vivi non è uno stato naturale».