Dal ragù del sabato al pranzo della domenica, la famiglia Priore torna in scena con la nuova regia di Luca De Fusco. In questa intervisita il regista ci racconta la sua rilettura di Sabato, domenica e lunedì, in cartellone al Teatro Verdi di Padova dall’8 al 12 aprile, soffermandosi sul segno distintivo e sempre attuale del teatro di Eduardo De Filippo.
La maestria drammaturgica di Eduardo è tale da funzionare ad ogni latitudine
Eduardo De Filippo più volte dichiarò che Sabato, domenica e lunedì era una delle sue opere più care, una delle rare sue commedie con un finale dolce e capace di commuovere. Il primo atto si apre nella cucina della famiglia Priore: Rosa, la madre, è intenta nel rito del fine settimana, la preparazione del ragù per condire gli “ziti”, i grossi maccheroni spezzati. Tutti si rivolgono a lei per raccontare i loro problemi, finché non interviene il marito, con un’aggressività ancora da chiarire. La rivelazione avverrà a pranzo, la domenica, ma noi ci fermiamo qui per non svelare la sorpresa. Nelle tre ore di spettacolo la famiglia Priore, allargata secondo la tradizione antica – con figli, zie, fratelli, sorelle e l’immancabile cameriera –, litiga, fa pace, piange e ride, organizza una cena, prova uno spettacolo teatrale, ripara un orologio, cuce un costume, rompe un fidanzamento, discute di imprenditoria e trama vendette. Al vecchio nonno spetta il compito di osservare con distacco gli eventi e distribuire parole di saggezza. Scritta nel 1959, la commedia lascia trasparire fermenti futuri: l’anticipazione del divorzio, l’emancipazione dei figli e la riscossa femminile, soprattutto nella figura della zia Memè. Un critico russo, che vide una versione diretta da Luca De Fusco al Teatro Vachtangov di Mosca nel 2018, ricordò la “pistola di Čechov” sospesa, pronta a sparare. Nessun dettaglio è superfluo, nessuna battuta inutile; talvolta anche un significativo silenzio, come al termine del primo atto, quando Rosa ritorna in nottata in cucina a completare il suo lavoro, dice tutto. Il finale rivela un amore grande e unico per la vita, che nulla può distruggere. La scenografia porta nella stanza il cielo: ora sereno e solare, ora tempestoso, riflettendo così i diversi stati d’animo dei personaggi. Luca De Fusco è stato Direttore al Teatro Stabile del Veneto dal 2000 al 2010, poi al Teatro Stabile di Napoli nel decennio successivo, approda infine alla Fondazione Teatro di Roma, che raduna i principali teatri della Capitale. Del suo periodo veneziano ricordiamo il coraggio e la determinazione con cui diede forma a una prima versione sperimentale di Lei. Cinque storie per Casanova per gruppi ristretti di spettatori, poi ripresa ufficialmente al Sud. A distanza di anni dall’esperienza moscovita, De Fusco torna oggi al testo con una nuova messinscena, in cartellone al Teatro Verdi di Padova dall’8 al 12 aprile con un cast d’eccezione: Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma e, tra i vari altri, bravissimi attori, Anita Bartolucci nel ruolo della zia Memè e Mersila Sokoli nella giovane e complessa Giulianella. Lo abbiamo incontrato per parlarne.

La Commedia riflette molti tratti caratteristici degli anni Sessanta ed è anche molto napoletana naturalmente: il culto del pranzo domenicale, una famiglia con tre generazioni conviventi, la prossimità dei vicini (Rocco che spia le donne di fronte casa sua mentre fanno il bagno), la domestica – la vajassa –, l’uso di numerose espressioni dialettali. Quale tocco magico ha usato per rendere attuale e universale questa pièce?
Non c’è nessun tocco magico: è una commedia perfetta di per sé, la tecnicamente più riuscita che Eduardo abbia scritto. Alcuni degli elementi che lei cita non sono poi così peculiarmente napoletani: la scena di Rocco che fa colazione spiando dal balcone le donne che fanno il bagno potrebbe accadere in qualsiasi parte del mondo. La convivenza di tre generazioni sotto lo stesso tetto, più che tratto strettamente napoletano, è una dimensione più estesamente tipica degli anni Sessanta e questo ben ci restituisce l’ultima forma di equilibrio familiare che è forse esistita nella nostra civiltà. Oggi il vecchio nonno verrebbe messo in una casa di riposo, la zia Memè avrebbe preso l’appartamentino per sé e il figlio, i ragazzi sarebbero già andati a vivere da soli da un bel po’. Una struttura di convivenza equilibrata che non era certo immune da difetti – ora le mogli non preparano più pedalini e camicia puliti ai mariti, che giustamente se li preparano da soli – e che però faceva della famiglia un’entità decisamente più dialogante e accogliente di quanto non lo sia oggi. Un equilibrio, quindi, a cui forse guardiamo ancora con un filo di nostalgia.
Le figure femminili sembrano essere più moderne e coraggiose degli uomini, da Giulianella, che abbandona il fidanzato perché non approva le sue scelte, a zia Memè, che legge Il Gattopardo fresco di stampa ed ha avuto pubblicamente un amante. Questa caratteristica viene mantenuta anche nel suo testo?
Il personaggio più moderno è proprio zia Memè; non solo perché legge Il Gattopardo, ma perché cerca di essere costitutivamente attrezzata culturalmente. E poi ha vissuto la sua bigamia – che fa pensare al film brasiliano Donna Flor e i suoi due mariti – con serenità, senza tutte le storie drammatiche che fanno invece suo fratello o sua cognata. È un personaggio molto bello, capace di innescare spesso spunti comici che rallegrano l’uditorio. Il ragionier Ianniello ad un certo punto le dice: «Siete classica»; e lei giustamente risponde: «Voi per educazione dite classica, ma vorreste dire scombinata». Sì, perché lei è una figura completamente fuori dall’ordine costituito dell’epoca, anticipando con grande forza e personalità i tratti della donna moderna.

Una delle battute più ficcanti di Giulianella, «la nostra famiglia è di teatro comico napoletano», rappresenta un momento di metateatro esplicito. Ha notato reazioni diverse nei pubblici delle varie città in cui ha portato lo spettacolo? Alla fine degli anni Sessanta frequentavo spesso il Salone Margherita: c’è ancora quella partecipazione quasi viscerale che il teatro di Eduardo sapeva suscitare?
Lo spettacolo, nel momento in cui parliamo, non è ancora passato per Napoli, quindi non saprei rispondere alla seconda parte della domanda. Quello che posso dire è che siamo rimasti meravigliati dalla reazione del pubblico romano – un pubblico mediterraneo, per certi versi simile a quello napoletano – che ci ha riservato un’accoglienza davvero molto calorosa. Ma la stessa cosa si è ripetuta a Bolzano, con moltissimi spunti comici colti e apprezzati, cosa che francamente non mi aspettavo. E poi ancora a Trento o, che so, a Torino. Evidentemente la maestria drammaturgica di Eduardo è tale da funzionare ad ogni latitudine.
Dietro ogni spettacolo c’è una storia. Come è nata questa messa in scena di Sabato, domenica e lunedì?
È una storia abbastanza curiosa. Nel 2015, quando dirigevo il Teatro di Napoli, tentammo di diventare uno dei sei teatri nazionali. Impresa assai ardita, considerato che eravamo tra gli ultimi teatri stabili italiani nati e che ciò ci collocava al sedicesimo posto in classifica su diciassette. Ci aiutò Luca De Filippo, che assunse la direzione della Scuola di Teatro, ma non fece in tempo a seguirla: tenne la prima lezione e poi subito dopo purtroppo ci lasciò. In quella fase gli chiesi i diritti di Sabato, domenica e lunedì, da sempre tra le mie pièce preferite, e Luca me li concesse. Dopo la sua morte, però, la concessione non fu confermata dagli eredi. Per un gioco del caso, nel 2018 realizzai ugualmente la commedia al Teatro Vachtangov di Mosca, con attori russi e in lingua russa. Poi, molto tempo dopo, Tommaso De Filippo – figlio di Luca e oggi detentore dei diritti – mi chiese se fossi ancora interessato a metterla in scena. La domanda mi spiazzò, ma dopo lo smarrimento iniziale gli risposi affermativamente. Così è nata questa produzione.
Da Pirandello a Tolstoj, da Sofocle a Eduardo De Filippo. Quali i suoi prossimi progetti?
C’è un titolo dal forte sapore veneto, l’Otello, con cui inaugureremo la nuova stagione. Lo sto ancora elaborando, ma il cast è più o meno definito e il debutto è previsto per il prossimo novembre.