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Finestre, facciate, città ferite. Le opere di Du Hai Jun, in mostra a Cavana Gallery fino al 29 luglio, trasformano il paesaggio urbano in uno spazio emotivo, interrogando il rapporto tra memoria, presenza umana, isolamento e conflitto.
Du Hai Jun (Jiangsu, Cina, 1978) indaga l’esperienza estetica e sociale della città contemporanea attraverso una pittura a olio che si muove tra figurazione e costruzione, restituendo la densità degli spazi abitativi e la frammentazione del paesaggio metropolitano. Le finestre assumono un ruolo centrale come punti di osservazione che condensano microstorie, tensioni sociali e memorie collettive, mentre le griglie architettoniche emergono come struttura ricorrente del vivere moderno. Al centro, il rapporto tra individuo, comunità e architettura. Abbiamo incontrato l’artista a Venezia, a Cavana Gallery, dove fino al 29 luglio è in corso la sua mostra Chronicles of the Floating City, una selezione di opere (32 tra dipinti a olio su tela e alluminio e sculture) che costruiscono un universo abitato di vite.

L’architettura, in particolare la città vista attraverso le sue finestre, è il soggetto privilegiato della mostra in corso a Cavana Gallery. Quale i motivi di questa scelta? E quale significato ideale assume nel nostro contemporaneo?
L’architettura è per me molto più di una struttura fisica: è una traccia della presenza umana, una testimonianza silenziosa del modo in cui abitiamo il mondo. Ho scelto di concentrarmi sulle finestre perché rappresentano un punto di confine, una soglia tra l’interno e l’esterno, tra la dimensione privata e quella collettiva. Quando osservo una facciata, non vedo soltanto un edificio; immagino le vite che si svolgono dietro quelle aperture, le storie, le attese, le assenze. Le finestre diventano così una sorta di ritratto indiretto dell’umanità contemporanea. Non mostrano le persone, ma ne evocano la presenza. Nel nostro tempo, caratterizzato da una crescente densità urbana ma anche da una diffusa sensazione di isolamento, la finestra assume un significato particolare. È uno strumento di osservazione, ma anche un simbolo della distanza che spesso separa gli individui. Attraverso le mie opere cerco di riflettere su questa condizione: siamo sempre più vicini fisicamente e, allo stesso tempo, spesso più lontani sul piano emotivo. La città contemporanea diventa quindi una metafora della società globale: un insieme di esistenze che convivono, si sfiorano, si sovrappongono, senza necessariamente incontrarsi davvero. Le finestre raccontano proprio questa tensione tra connessione e separazione, tra visibilità e mistero, che considero uno dei temi centrali del nostro presente.
Architettura, memoria e identità collettiva: la capacità di immaginare mondi personali che diventano universali sembra una delle caratteristiche fondamentali del suo lavoro. Come sviluppa il suo immaginario?
Il mio immaginario nasce sempre da un’esperienza personale, da qualcosa che ho visto, attraversato o semplicemente percepito. Tuttavia, non mi interessa raccontare una storia autobiografica nel senso stretto del termine. Cerco piuttosto di trasformare un’esperienza individuale in un’immagine aperta, capace di accogliere anche la memoria e l’immaginazione di chi osserva. L’architettura è uno degli strumenti che utilizzo per questo processo. Le città conservano le tracce del tempo, delle trasformazioni sociali, delle speranze e delle ferite di una comunità. Quando dipingo un edificio, una finestra o un paesaggio urbano, non sto documentando un luogo specifico, ma sto cercando di evocare una condizione umana. L’architettura è per me una sorta di archivio emotivo, un contenitore di storie visibili e invisibili. La memoria riveste un ruolo fondamentale nel mio lavoro. Non la considero una registrazione fedele del passato, ma qualcosa di mutevole, che si ricostruisce continuamente attraverso il ricordo, l’oblio e l’immaginazione. Per questo le mie immagini non sono mai descrittive in modo realistico: preferisco lasciare zone di ambiguità, spazi vuoti che permettano allo spettatore di entrare nell’opera. Credo che l’identità collettiva si formi proprio in questo punto di incontro tra memoria individuale e memoria condivisa.

Se dovesse riassumere la mostra Chronicles of the Floating City in un’unica opera, quale sceglierebbe per raccontare chi è Du Hai Jun? Quale caratteristica della sua arte la rende distinguibile?
Sceglierei una delle opere della serie Urban Window. In queste immagini riconosco molti dei temi che compongono il mio percorso: l’architettura come testimonianza della presenza umana, il rapporto tra memoria e tempo, e la ricerca di ciò che rimane celato dietro ciò che vediamo. La finestra è un elemento semplice e universale, ma possiede una grande forza simbolica. È una soglia tra interno ed esterno, tra spazio privato e dimensione collettiva. Permette di osservare e, allo stesso tempo, protegge il mistero di ciò che si trova oltre. In questa tensione tra visibile e invisibile ritrovo una metafora della condizione contemporanea e del nostro modo di relazionarci agli altri. Se dovessi indicare l’aspetto più riconoscibile della mia ricerca, parlerei della trasformazione del paesaggio urbano in uno spazio emotivo. La città non è un semplice soggetto da rappresentare, ma un organismo vivente che conserva tracce di vite, ricordi e cambiamenti. Anche quando l’architettura occupa il centro della composizione, il vero tema resta sempre l’essere umano e il suo rapporto con il tempo. Mi interessa inoltre che le opere mantengano una dimensione di silenzio e sospensione. Non cerco narrazioni definitive, ma immagini capaci di suggerire possibilità e generare domande. Credo che sia proprio questa apertura interpretativa a definire il mio lavoro: creare spazi in cui ogni osservatore possa riconoscere qualcosa di sé, trovandosi allo stesso tempo di fronte a ciò che ancora non conosce.
Come le sue “Cronache” entrano in contatto visivo con la potenza architettonica di Venezia?
Venezia occupa un posto speciale nell’immaginario di chiunque si interroghi sul rapporto tra città, memoria e tempo. Per questo motivo considero particolarmente significativo presentare Chronicles of the Floating City in una città che, più di molte altre, sembra vivere in una condizione sospesa tra realtà e visione. Le mie “cronache” non raccontano Venezia in modo diretto, ma entrano in dialogo con alcune delle sue caratteristiche più profonde. Venezia è una città che si costruisce attraverso stratificazioni continue: ogni edificio, ogni facciata, ogni finestra custodisce tracce di epoche diverse e testimonia il passaggio di innumerevoli vite. Anche il mio lavoro nasce dall’idea che l’architettura sia un archivio della memoria collettiva, un luogo in cui il tempo lascia segni visibili e invisibili. Esiste poi un’altra affinità che considero importante. Nelle mie opere la città appare spesso come uno spazio sospeso, in cui la presenza umana è suggerita più che rappresentata. Venezia possiede una qualità simile: è una città estremamente concreta e al contempo quasi immateriale, costruita sull’acqua, attraversata dai riflessi, incessantemente trasformata dalla luce. Questa dimensione di instabilità e di apparente fragilità entra in risonanza con il concetto stesso di “floating city” che dà il titolo alla mostra.
La mostra presenta anche la serie Quando il fumo si dirada, dedicata ai conflitti e alle guerre che continuano a lasciare segni profondi nella società contemporanea e nel nostro Pianeta. Qui le città sono devastate. Quali urgenze intercettano queste opere?
La serie Quando il fumo si dirada nasce da una riflessione sul momento che segue la distruzione, quando il rumore delle armi cessa e rimangono le conseguenze, spesso destinate a durare molto più a lungo del conflitto stesso. Non ero interessato a rappresentare la guerra come evento spettacolare o cronaca immediata; volevo piuttosto interrogarmi sulle tracce che essa lascia nei luoghi, nelle persone e nella memoria collettiva. Le città devastate che compaiono in queste opere non appartengono necessariamente a un luogo preciso. Sono immagini che raccolgono realtà diverse, perché purtroppo la distruzione causata dai conflitti continua a manifestarsi in molte parti del mondo. Attraverso queste architetture ferite cerco di raccontare una vulnerabilità che non riguarda soltanto gli edifici, ma la condizione umana stessa. L’urgenza principale che queste opere intercettano è quella della memoria. Viviamo in un tempo in cui le immagini dei conflitti scorrono rapidamente davanti ai nostri occhi e rischiano di essere consumate con la stessa velocità con cui vengono prodotte. L’arte può invece offrire uno spazio di rallentamento e di riflessione, invitandoci a osservare ciò che resta dopo l’emergenza mediatica: le ferite, le assenze, la difficoltà della ricostruzione materiale ed emotiva. Allo stesso tempo, queste opere parlano di responsabilità e di consapevolezza. Le guerre non modificano soltanto il destino di intere comunità, ma trasformano il paesaggio, l’ambiente e il patrimonio culturale che appartiene a tutti.

Quale significato personale assume questa mostra in occasione di Biennale Arte nel suo percorso artistico?
Presentare Chronicles of the Floating City a Venezia durante il periodo della Biennale Arte assume per me un significato speciale. La Biennale è un momento in cui artisti, culture e idee provenienti da tutto il mondo si incontrano e si confrontano. Essere presenti in questo contesto significa avere l’opportunità di dialogare con un pubblico internazionale e di mettere il proprio lavoro in relazione con sensibilità e punti di vista molto differenti tra loro. Venezia è una città che sento particolarmente vicina alla mia ricerca. È una città costruita sulla memoria, sulle stratificazioni del tempo e sull’incontro tra culture. Camminando tra le sue calli e osservando le sue architetture si percepisce continuamente il dialogo tra passato e presente. Sono aspetti che ritrovo anche nel mio modo di guardare alla città e al paesaggio urbano. Questa mostra rappresenta per me un momento importante perché riunisce i vari aspetti del mio lavoro. Da una parte ci sono le opere dedicate alle finestre e agli spazi urbani, che parlano di memoria, identità e presenza umana. Dall’altra c’è la serie Quando il fumo si dirada, che affronta il tema delle ferite lasciate dai conflitti. Sono lavori diversi, ma nascono dalla stessa attenzione verso le tracce che il tempo e la storia lasciano nei luoghi. Non considero questa mostra un punto di arrivo, ma una tappa del mio cammino. Venezia e la Biennale sono uno stimolo a continuare la ricerca, a pormi nuove domande e a cercare nuove modalità per raccontare il rapporto tra le persone, la memoria e le città che abitiamo.
Quale arte e quali artisti hanno esercitato un’influenza nella sua arte?
Le influenze che hanno contribuito a formare il mio lavoro sono molte e provengono da esperienze diverse. Sicuramente le mie radici culturali hanno avuto un ruolo importante. Sono cresciuto in Cina e credo che una certa sensibilità verso il tempo, il silenzio e l’osservazione continui a essere presente nella mia maniera di guardare il mondo e di costruire le immagini. Allo stesso tempo ho sempre guardato con interesse all’arte occidentale. Artisti come Edward Hopper o Giorgio de Chirico mi hanno colpito per la loro capacità di trasformare gli spazi in luoghi carichi di atmosfera e di emozione. Ammiro il modo in cui riescono a suggerire storie e stati d’animo senza raccontarli esplicitamente. Più in generale, mi attraggono gli artisti che riflettono sul rapporto tra memoria, città e identità. Non tanto per il loro stile, quanto per la loro capacità di osservare il paesaggio e di leggere nei luoghi i segni lasciati dal tempo e dalle persone. Detto questo, le influenze più importanti non provengono soltanto dall’arte. Nascono anche dai viaggi, dall’architettura, dalla letteratura, dal cinema e dalla vita quotidiana nelle città. Camminare in una strada sconosciuta, osservare una finestra illuminata o una facciata segnata dal tempo può essere per me fonte di ispirazione quanto la visita a un museo. Più che seguire modelli precisi, cerco di lasciare che tutte queste esperienze confluiscano naturalmente nel mio lavoro. È dall’incontro tra culture, ricordi, immagini e osservazioni quotidiane che ha origine il mio linguaggio artistico.
Quanto è importante l’aspetto tecnico nel suo lavoro?
L’aspetto tecnico è molto importante nel mio lavoro, ma non lo considero mai il punto di partenza. Per me la tecnica è uno strumento che permette a un’idea, a un ricordo o a un’emozione di prendere forma. Per questo dedico molta attenzione ai materiali, alla composizione, alla luce e al colore: ogni scelta contribuisce a costruire l’atmosfera dell’opera e la sua percezione in chi la osserva. Quando lavoro, tecnica e contenuto crescono insieme. I temi che affronto richiedono ogni volta un linguaggio visivo adeguato. Le stratificazioni, le trasparenze e le sovrapposizioni che spesso utilizzo non sono soltanto soluzioni formali: mi aiutano a suggerire la complessità delle esperienze umane e delle storie che si accumulano nei luoghi. Allo stesso tempo, penso che la tecnica debba rimanere al servizio dell’opera. Mi interessa che chi guarda entri prima in contatto con l’emozione o con la riflessione che l’immagine può suscitare, e solo dopo con il processo che l’ha generata. Quando la tecnica diventa troppo evidente, rischia di allontanare l’attenzione da ciò che l’opera vuole comunicare. Con il tempo ho imparato che la qualità di un lavoro non dipende dalla perfezione. Anzi, spesso sono proprio le piccole variazioni inattese o gli elementi meno controllati a dare vita all’immagine. Cerco sempre un equilibrio tra rigore e libertà, tra controllo e apertura.