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Chi segue vocazion non pecca

Il Sovrintendente Ortombina ci guida nella Stagione 2022-2023 della Fenice
di Fabio Marzari
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Un teatro che durante la pandemia ha saputo trasformare la propria offerta senza snaturarsi, confermandosi punto di riferimento italiano ed internazionale per la diffusione del patrimonio lirico e sinfonico. Verdi, Wagner e i grandi direttori d’orchestra per una nuova Stagione da protagonisti assoluti.

Non c’è migliore voce di quella del Sovrintendente e direttore artistico della Fenice, Fortunato Ortombina, per illustrare la prossima stagione del teatro. Con la competenza e con il grande entusiasmo che denota il suo carattere orientandone l’ azione professionale, racconta di una Fenice che ha saputo re-inventarsi anche nel periodo drammatico della pandemia, senza mai fermarsi, offrendo alla città e al mondo pagine di musica immortale, con un pubblico che non ha mai fatto mancare il suo apporto e la sua presenza, registrando numeri importanti. Il Sovrintendente è un perfetto padrone di casa, sempre presente durante le recite per accogliere e salutare personalmente gli ospiti e per comprendere gli umori del pubblico, che cambia ad ogni recita. Non è così frequente riscontrare una piena identificazione del teatro con chi lo dirige; probabilmente questa sensibilità e partecipazione alla vita complessa e fragile della Fenice produce la sintesi ideale di un luogo della cultura vivo e in crescita costante, aperto al nuovo, con un occhio alla tradizione, tra regie innovative e affascinanti e consolatorie letture filologiche.

Sovrintendente, ci racconti la nuova Stagione che inaugura il 18 novembre prossimo con Falstaff.
Inizio con un dato importante per un teatro, la campagna di abbonamenti, che nella prossima stagione è simile in tutto e per tutto a quella che c’era prima della pandemia, dopo che in questi due anni siamo stati costretti a lavorare con una programmazione di mese in mese, senza poter allungare lo sguardo più di tanto.
Dal punto di vista strutturale abbiamo 10 titoli in abbonamento più altri 6 che pur non essendo compresi nell’abbonamento vengono comunque proposti al pubblico. Una Stagione che come sostengo fermamente deve avere un suo proprio stile per rendere il teatro una vera e propria “casa dell’opera”. Uno stile che dipende dalla società civile che ne ha concepito e favorito la costruzione e l’attività nel corso degli anni.
Nella Stagione della Fenice si deve poter trovare tutto: il Seicento, il Settecento, l’Ottocento, il Novecento e la musica contemporanea. Così è anche quest’anno, secondo il principio che vede due cartelloni paralleli, quello di Lirica e Balletto e quello della musica Sinfonica.
Prima della pandemia il cartellone della Lirica era molto più corposo rispetto a quello della Sinfonica, dal momento che prevedeva quasi il doppio di appuntamenti. Anche a livello visivo, essendo due manifesti cartacei delle stesse dimensioni, il primo cartellone risultava molto più fitto del secondo. Ora, dopo la pandemia, questa tendenza risulta invertita. Prima avevamo in programma una decina di concerti, oggi ne abbiamo ben 18; viceversa fino a pochissimi anni fa eravamo arrivati a rappresentare 23-24 opere, mentre ora sono 16. Ricordiamo bene che la fruizione di un’opera o di un concerto implica un impegno di tipo diverso anche in termini temporali, e nell’esecuzione vi è un altrettanto differente sforzo realizzativo.
Tutto ciò è determinato da un principio di attenta sensibilità che noi ci sentiamo in dovere di portare avanti nei confronti del pubblico, a cui vogliamo dare la possibilità di venire alla Fenice per abbeverarsi di cultura dal vivo, visto che per tanto tempo ne è stato tenuto lontano, per motivi di diversa natura ma tutti egualmente significativi.
Questa urgenza ha fatto sì che si determinasse questa ridefinizione di fondo della struttura complessiva e composita della nostra proposta musicale, per permettere che più fasce di pubblico possibili frequentino il teatro regolarmente. I concerti della Sinfonica, quindi, per questa ragione sono più delle opere proposte nella Stagione Lirica, pur presentando la Fenice un numero di opere più alto rispetto alla media nazionale degli altri teatri lirici.

Alla Fenice spetta il compito di “fare la Fenice”, mantenendo uno standard produttivo e qualitativo di massimo livello. Si era arrivati in passato a 150 recite l’anno; si tratta di numeri non percorribili ora anche per motivi di organico. Noi oggi possiamo coniugare al meglio con le esigenze della nostra orchestra un’ampiezza di repertorio di 18 concerti.
Serve sempre avere chiaro che svolgiamo un servizio destinato al pubblico e che quindi non possiamo nella nostra attività in alcun modo trascurare quelle che sono le caratteristiche dei fruitori della nostra proposta. Sono fermamente convinto che nel corretto svolgimento del nostro lavoro non si debba mai e poi mai prescindere dall’osservazione della società, dal vivere e sentire il patrimonio emozionale della collettività. Anche da un applauso si possono capire moltissime cose se si ha la pazienza di osservare. Dobbiamo questa attenzione al nostro pubblico in modo ancora più profondo di prima.
Non va mai dimenticato che per tanti, tantissimi spettatori, sia italiani che stranieri, venire alla Fenice rappresenta prima di ogni altra cosa vivere un’autentica “esperienza”. Il rapporto con lo spettatore non si esaurisce nel momento in cui si esibisce il biglietto e si è accompagnati al proprio posto, qualunque esso sia, dalla platea al loggione. A prescindere dall’ordine di posto va tenuto bene a mente un concetto che non è in alcun modo monetizzabile: lo spettatore, recandosi a teatro, decide di concedere 3 ore della sua vita. Ogni spettatore è spinto da una motivazione che lo differenzia da ogni altro singolo spettatore presente in sala e se ne va portandosi via un’emozione che sarà anch’essa diversa da quella vissuta da ciascun altro. Il principio guida del nostro lavoro è far pensare ad ogni spettatore di trovarsi nella propria casa, nel proprio ambiente prediletto.

Sembra che della sua attenzione costante verso il pubblico se ne siano accorti fino al Colle più alto!
Con una punta di orgoglio lo scorso luglio ho ricevuto l’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, un riconoscimento morale che mi sento di condividere con ogni singolo lavoratore impegnato alla Fenice, soprattutto chi sta dietro le quinte, maestranze fondamentali per il riscontro civile, culturale ed economico che la Fenice è riuscita ad ottenere in questi anni, di cui il pubblico è componente irrinunciabile e nella cui fiducia ci possiamo riconoscere.
Tornando al nostro cartellone, in esso si deve poter trovare la più ampia offerta possibile, affidandosi anche al repertorio meno consueto e contemporaneo, oltre a dei veri e propri filoni che possono caratterizzare lo svolgimento di una Stagione. Il filone verdiano con il maestro Chung sta andando avanti da anni e quest’anno giunge al suo culmine proprio con il Falstaff, ultima opera di Verdi con cui si apre la Stagione il 18 novembre. Un percorso che abbiamo iniziato nel 2009 con la Traviata e poi andato avanti negli anni con Rigoletto, Otello e così via. Il Falstaff mancava alla Fenice da molti anni e torna nuovamente in scena oggi con la direzione di Myung-Whun Chung e la regia di Adrian Noble, per un lungo periodo direttore della Royal Shakespeare Company. Si tratta di un Verdi nella sua massima maturità; aveva infatti 80 anni quando presentò l’opera a Milano, portando sul palco una commedia che potremmo definire “divertimento dello stile nello stile”, visto che il libretto viene scritto mettendo insieme diverse commedie shakespeariane in un lavoro caratterizzato da una finezza estrema nella stessa scelta delle parole che lo compongono. Un’opera molto difficile da eseguire; con il maestro Chung discutendone abbiamo convenuto su come, prima di portarla in scena, sarebbe stato importante aver già affrontato prima un gran numero di opere di Verdi, per conoscerne al meglio ogni segreto.
A queste due straordinarie figure si aggiunge un cast giovane, con il 44enne Nicola Alaimo nei panni del protagonista, in realtà avanti con gli anni e alle prese con un destino che si prende gioco di sé stesso. Un artista fresco, ma che a mio modesto parere oggi ha un talento senza pari al mondo nella declamazione del testo.
Il secondo titolo che abbiamo in programma è un balletto, La dame aux camélias di Frédéric Chopin con l’Hamburg Ballet e la coreografia del suo fondatore, John Neumeier, forte di un rapporto unico con Venezia, dove ha realizzato diverse prime anche in Piazza San Marco. Alla Fenice, dove è nata la Traviata che proprio dal soggetto de La signora delle camelie trae spunto, un balletto del genere è particolarmente calzante.
Passeremo poi alla musica moderna con il Satyricon di Bruno Maderna, di cui ricorre nel 2023 il cinquantesimo anniversario della morte. Un lavoro eccezionale di questo immenso compositore e geniale direttore d’orchestra che ha diretto la prima di Intolleranza 1960 di Nono a Venezia, lavorando poi con altissimi esiti in tutto il mondo. Consiglio a tutti di ascoltare il repertorio di Mahler da lui registrato con l’Orchestra della BBC, a mio parere una delle più alte vette interpretative di tutti i tempi.
Avvicinandoci al Carnevale cambiamo stile, con Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa che si alternerà con una ripresa del nostro Barbiere di Siviglia. Cimarosa è stato testimone di una Fenice ancora collocata in una capitale sovrana, antecedente cioè all’arrivo di Napoleone. Dopo essere stato in Russia e aver messo lì in scena Orazi e Curiazi, Cimarosa arriva a Venezia dove si fermerà fino alla fine dei suoi giorni, che si consumerà precisamente a Palazzo Duodo, come recita una targa commemorativa.
In marzo andrà poi in scena l’Ernani, sempre di Giuseppe Verdi. Quando prima dicevo che in una Stagione deve esserci tutto, intendevo di sicuro anche i grandi classici. In questo caso si tratta di un nuovo nostro allestimento, che riprende la prima opera che venne proposta alla Fenice nel 1844, quattordici anni dopo che Victor Hugo la portasse in scena in prosa per la prima volta alla Comédie-Française di Parigi. Guadagnarsi la fama di rivoluzionario in quegli anni non era esattamente una cosa molto conveniente, ma nonostante Venezia si trovasse sotto la dominazione austriaca e in presenza di una feroce censura per ogni singola parola dei soggetti presentati, il lavoro di Verdi tratto da Victor Hugo venne autorizzato e anzi, nella scena ambientata nella tomba di Carlo Magno ad Aquisgrana, il coro famoso con il verso “Si ridesti il Leon di Castiglia” venne lasciato, ancora non si capisce perché, a maggior ragione in una città allora sotto dominazione come Venezia legata indissolubilmente alla figura del leone. Non esiste testimonianza che alla presenza delle autorità austriache sia stato cantato questo coro, perché avrebbe voluto dire far chiudere la Fenice. Ma per strada questo risuonava, proprio per irritare l’invasore. Lungo tutto il territorio nazionale questo coro ha conosciuto versioni diverse, ad esempio a Torino era divenuto: “Si ridesti il Leon di Savoia”.
Giuseppe Bandi – allora giovane giornalista formatosi alla Normale di Pisa e che poi fonderà Il Telegrafo di Livorno, l’attuale Tirreno – in un libro di memorie ricordò che sulle barche che Garibaldi e i suoi Mille rubarono dalla Liguria per arrivare in Sicilia, spedizione di cui egli stesso fece parte, ebbe l’incarico di comporre un inno dei Mille prendendo dei versi e musicandoli proprio con le note del coro dell’Ernani. Proposito che tuttavia non portò a nessun risultato, con delle prove che si rivelarono a dir poco disastrose: uno stonava, l’altro andava fuori tempo, finché un componente piemontese della spedizione non intonò La bela Gigogin e tutti gli andarono dietro…
L’allestimento che portiamo in scena è una coproduzione con il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, per la regia di Andrea Bernard e la direzione d’orchestra di Riccardo Frizza. Tra l’altro dopo che si era saputo che lo avremmo messo in cartellone, siamo stati invitati dal Festival di Budapest per proporlo in autunno in forma di concerto.
In abbonamento in primavera sarà la volta dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, titolo-icona del repertorio operistico, soprattutto perché dedicato alla figura di uno dei primi cantori della storia. La direzione sarà di Ottavio Dantone e la regia di Pier Luigi Pizzi, una figura chiave del Neoclassicismo e della modernità a cui nessuno aveva ancora chiesto però di affrontare quest’opera, con cui era entrato in contatto diversi anni fa da sceneggiatore, per una messa in scena che vedeva la direzione di Muti e la regia di Ronconi.
Altro balletto, non in abbonamento, Il lago dei cigni con il Corpo di ballo di Montecarlo, che avremmo dovuto portare in scena lo scorso dicembre prima della cancellazione dovuta al Covid.
Ancora un titolo in abbonamento che non è mai stato qui eseguito è Il trionfo del tempo e del disinganno di Georg Friedrich Händel, a maggio al Malibran diretto da Andrea Marcon con la regia di Saburo Teshigawara, Leone d’Oro alla carriera all’ultima Biennale Danza. Händel è legato a Venezia e in modo particolare al Malibran, allora teatro San Giovanni Grisostomo. Nel 1707 arrivò infatti in città desideroso di imparare a scrivere musica d’opera, ricevendo come prima commissione proprio l’Agrippina che venne portata in scena in questo stesso teatro. Il trionfo del tempo e del disinganno nasce come una cantata nel periodo romano; il libretto è addirittura di un cardinale, Pietro Ottoboni, ma noi la proponiamo in forma scenica.
Giugno segna per la nostra Stagione il grande e attesissimo ritorno di Wagner. Prima parlavo di scelte da dover portare avanti nella creazione di un cartellone, con i principi di inclusività e sostenibilità che devono rappresentare sempre dei punti cardinali verso cui tendere per far procedere la nostra attività, condotta che ci ha permesso di rinunciare, a differenza di molti altri teatri, al prestito per le Fondazioni liriche che era previsto dalla Legge Bray. Wagner mancava da molto nella nostra programmazione; c’era stato il Tannhäuser nel gennaio 2017. Torna ora, con la regia di Marcin Lakomicki e la direzione di Markus Stenz, in una nuova produzione de L’olandese volante, che sarà seguita l’anno prossimo dal Lohengrin, a testimonianza di un’idea, di una linea molto chiara e meditata che intendiamo perseguire: esistono autori che in ogni Stagione della Fenice dovranno esserci, elementi irrinunciabili della nostra proposta e Wagner dovrà essere di sicuro uno di questi, a lui non vogliamo più rinunciare, nei limiti del possibile naturalmente.
Archiviato Wagner, a seguire la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, capolavoro dell’opera verista che torna da noi in scena alla fine di agosto. Uno spettacolo per la realizzazione del quale confermiamo l’importante collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Sarà proposto un inedito allestimento con la regia di Italo Nunziata e la direzione musicale di Donato Renzetti.

Dopo l’estate saremo impegnati in una nuova produzione de La Traviata di Robert Carsen, in un allestimento della Fondazione Teatro La Fenice con i giovani dell’Accademia di Belle Arti, in un percorso di continuità pedagogica, scolastica e accademica che quest’anno ci ha già visto impegnati in Apollo et Hyacinthus, che Mozart scrisse quando aveva solo 12 anni. Erano ormai 4 anni che non portavamo alla Fenice l’allestimento de La Traviata di Robert Carsen e questa occasione ci accompagna idealmente alla Stagione 2023-2024, quando festeggeremo i vent’anni dalla riapertura della Fenice dopo l’incendio del 1996, con i concerti che ricominciarono nel 2003 e l’opera nel 2004.
Al Malibran riproponiamo poi, fuori abbonamento, l’Orlando Furioso di Vivaldi diretto dal maestro Diego Fasolis. L’allestimento di maggior successo che abbiamo realizzato in questo teatro, capace di numeri strabilianti anche attraverso il nostro canale Youtube, dove ha raggiunto in 2 anni oltre 600.000 visualizzazioni.
A chiudere la Stagione ancora Verdi, a ottobre 2023, con I due Foscari per la direzione di Sebastiano Rolli e la regia Grischa Asagaroff, in un allestimento della Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.
A tutto questo ricco cartellone vanno infine aggiunti i titoli del comparto Educational, eventi speciali della programmazione, proposti al Teatro Malibran: lo spettacolo Acquaprofonda, vincitore del Premio Filippo Siebaneck al Premio Abbiati 2022, un’opera lirica contemporanea con musiche originali di Giovanni Sollima su libretto di Giancarlo De Cataldo, e l’opera da camera Bach Haus di Michele Dall’Ongaro, in collaborazione con il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia.

Ed ora la Stagione Sinfonica.
Un calendario che presenta diversi graditissimi ritorni, come quello del maestro Myung-Whun Chung o dello svizzero Charles Dutoit, il più grande tra gli interpreti delle musiche di Ravel e Debussy che arriva alla Fenice con un repertorio dedicato proprio a loro, oltre che a Fauré, e che riceverà in quell’occasione il Premio “Una vita per la Musica”. Avremo poi Tom Koopman, impegnato in musiche di Bach e Mendelssohn, e pezzi di repertorio mai eseguiti in Fenice, come il Requiem di Fauré, che andrà in scena diretto dal maestro Jonathan Darlington a febbraio 2023, o The Planets op. 32 di Gustav Holst, diretto da Dennis Russell Davies nell’ottobre 2023.
Per venerdì Santo, 7 aprile, avremo ancora il Maestro Chung impegnato in musiche di Mozart, mentre a maggio riaccoglieremo il maestro Robert Trevino con un programma di grandi classici e di grande effetto con la Sinfonia n. 6 in fa maggiore op. 68 Pastorale di Beethoven e Also sprach Zarathustra op. 30 di Strauss. Si tratta di un concerto che aggiunge una replica rispetto alla consueta doppia data, per un progetto che stiamo portando avanti per venire incontro al pubblico under 35. Con la doppia recita a prezzo pieno ci siamo infatti assicurati la possibilità di aggiungere una data in cui il pubblico sarà esclusivamente composto da giovani che avranno la possibilità di acquistare il biglietto a soli 10 euro. Lo abbiamo già fatto due volte quest’anno, ancora con Trevino a maggio e con Joana Carneiro a fine agosto, riscontrando per entrambe le occasioni un grandissimo successo.
I giovani a teatro ci vengono: non bisogna definirli “il pubblico di domani”. Dobbiamo essere determinati nel considerarli “il pubblico di oggi”, studiando un’offerta per loro che soddisfi un bisogno immediato. I giovani hanno una tremenda voglia di venire a Teatro e noi dobbiamo assolutamente assecondare questa urgenza culturale e sociale.
Al di là delle due sezioni più importanti della Stagione, quali gli altri appuntamenti da in nessun modo mancare?
Ci sono date diventate ormai canoniche, penso al Concerto di Capodanno, arrivato alla sua ventesima edizione e che sarà diretto anche quest’anno da Daniel Harding, o all’appuntamento estivo in Piazza San Marco, che il prossimo 8 luglio vedrà protagonista Juraj Valčuha ed un classico tra i classici come la Sinfonia n. 9 in re minore op. 125 per soli, coro e orchestra di Beethoven. Con i Carmina Burana quest’anno siamo riusciti a portare in Piazza Orchestra e Coro e ad avere la diretta di Rai Cultura, che ha regalato agli spettatori di Rai 5 e RaiPlay una serata live di grande musica e grande bellezza, a mio avviso una delle migliori trasmissioni che siano state dedicate a Venezia negli ultimi anni.
Speriamo che per la prossima estate le vicende drammatiche che stanno caratterizzando il nostro presente possano trovare una soluzione positiva e che la gioia beethoveniana non debba più essere associata ad appelli, ma che rappresenti invece il vertice simbolico attraverso il quale festeggiare una gioia e una pace finalmente ritrovate e soprattutto durature.

La Fenice oltre San Fantin.
Ci occuperemo di quello che con tutta probabilità sarà il concerto inaugurale di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023, per commemorare il prezzo altissimo che queste due città hanno dovuto pagare durante la pandemia. Ci sarà poi il tour dell’Ernani al Festival di Budapest, mentre è stato rinviato al 2024 un appuntamento che avevamo in programma al Festival dell’Opera di Savonlinna in Finlandia, data la vicinanza del Paese alla Russia.
L’area metropolitana è da sempre al centro dei nostri progetti, con concerti e conferenze che negli ultimi 3 anni hanno raggiunto i 300 eventi, con una media di oltre 70 all’anno, che vanno dal concerto di musica da camera alla presentazione di opere attraverso relatori esperti in materia.
In termini di collaborazione con il territorio mi sento di citare proprio l’esperienza educational, che porta i ragazzi delle scuole del territorio a prepararsi in classe per arrivare poi alla Fenice ed assistere più formati alle prove generali, dopo aver vissuto subito prima della recita un altro momento di formazione con i nostri collaboratori.
È stata un’esperienza davvero eccezionale: quando mi sono recato a salutare le scolaresche in occasione del momento di formazione subito precedente alla recita sono entrato in contatto con classi provenienti da ogni parte d’Italia che avevano concepito la gita in città proprio in funzione del momento in cui sarebbero venuti alla Fenice e al Malibran ad assistere alla recita, dopo averne studiato le tematiche in classe. Davvero un’emozione.
Per intercettare un pubblico ancora più giovane abbiamo poi in programma gli incontri il sabato e la domenica alle Sale Apollinee in cui i bambini possono giocare con gli strumenti musicali e familiarizzare con i personaggi delle recite, avvicinandosi così proprio corporeamente alle trame delle opere.
Ci consideriamo il Teatro della città e del territorio e vogliamo continuare a rivestire questo ruolo, rafforzandolo se possibile, desiderosi di essere ancora più stupiti dalla fedeltà di spettatori che arrivano a Venezia da ogni parte del mondo appositamente per seguire una recita nel nostro Teatro, come accaduto di recente con il Trovatore messo in scena a settembre. Questo è il più grande riconoscimento per noi: poter coltivare il rapporto con un pubblico che si rende perfettamente conto di quanta preparazione di mesi o di anni si possa condensare in una recita che dura qualche ora sul palcoscenico, ma tutta la vita nei ricordi.

Ph. Michele Crosera

 

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